Mr Hyde Frammenti: Noi che vaghiamo in questa landa desolata…

Mr Hyde Frammenti: Noi che vaghiamo in questa landa desolata…

23 Ottobre 2021 0 Di Gli Epicurei

Tutto sta bruciando* e mi sento bruciare anche io. ​
Il caldo apocalittico, i roghi in Sardegna, Sicilia, Abruzzo, Molise, Calabria, Toscana e Campania. L’esplosione di un impianto chimico a Leverkusen, la lunga lingua di fuoco nella Turchia meridionale. Brucia la Francia del sud, il Peloponneso, la Siberia e l’Alaska, il Canada, l’Oregon e la California. I salmoni si cuociono vivi nelle acque dei fiumi Colombia e Lower Snake. Le coscienze si riducono in cenere e le persone lanciano parole di fuoco.​
Forse ce ne sono state altre di estati e di anni così. Forse siamo da tempo una 𝑇𝑒𝑟𝑟𝑎 𝑑𝑒𝑠𝑜𝑙𝑎𝑡𝑎, un’umanità in crisi, vicina a essere una cosa devastata, siamo già emivita. ​
Ho pianto sopra questo deserto e sempre più spesso mi chiedo, come la Splendida Angharad e le altre Mogli del tiranno Immortan Joe: chi sta uccidendo il mondo?​
In 𝑀𝑎𝑑 𝑀𝑎𝑥 – 𝐹𝑢𝑟𝑦 𝑅𝑜𝑎𝑑 cambia solo il tempo verbale della domanda, perché nel quarto film della serie di George Miller il nostro presente è ormai passato prossimo e «di fuoco e sangue» sembra il futuro.​
Guardo Max il Pazzo, Furiosa e le Mogli viaggiare sulla blindocisterna in cerca del Luogo Verde tra il turchese del cielo e l’ocra della terra, e mi ricordo dei lunghi, caldi viaggi in auto con la famiglia che ora sembrano quasi i semi di una triste predestinazione.​
Sono nata negli anni in cui la produzione di materie plastiche ha superato quella dell’acciaio. Dove, dice un proverbio, a gennaio inizia l’estate: la Sicilia non è la Wasteland battuta da predoni e guerrieri su due e quattro ruote, ma resta una terra di roghi estivi e a tratti ti può far sentire persa in mezzo a boscaglie aride, orizzonti di gariga e prati magri, tra strade polverose se non dissestate. Ci riparavamo dal sole che cuoceva l’abitacolo come viaggiatori del deserto, incastrando delle pezze chiare nelle fessure dei finestrini. Appoggiavo la testa al vetro e scostavo appena la stoffa, fissavo i bruni e i gialli intervallati da macchie verdastre e spesso finivo per appisolarmi. Non avevo reali preoccupazioni all’infuori di me, allora. Il caldo e la scarsa piovosità erano cose naturali, su cui non c’era da riflettere perché era sempre stato così, da che ero venuta al mondo.​
Ciò nonostante forse già soffrivo di una precoce eco-ansia: quando sulla rete locale passava 𝐾𝑒𝑛 𝑖𝑙 𝑔𝑢𝑒𝑟𝑟𝑖𝑒𝑟𝑜 cambiavo subito canale, terrorizzata; in quelle lande assetate percorse da gang di atomica violenza faceva un caldo che non avevo mai sentito, con l’aria bollente che sfrangiava i contorni di corpi dalle teste piccole e dai muscoli giganteschi, e al posto dell’acqua sgorgava sangue. Forse è per questa vicinanza – lo sceneggiatore di 𝐾𝑒𝑛, Buronson, si è ispirato alla saga di Miller – che ho scoperto la preziosità di 𝐹𝑢𝑟𝑦 𝑅𝑜𝑎𝑑 solamente visione dopo visione, come scavando nella sabbia fino a trovare finalmente da bere.​
In 𝐹𝑅 ci sono armi da fuoco sempre fumanti ed esplosioni da Sacra Scuola di Hokuto, corse acrobatiche e un chitarrista del caos con una chitarra sputafiamme, ma è anche un’opera su l’emancipazione femminile, le diseguaglianze sociali e il collasso ambientale: non poteva non entrarmi nel cuore.​

🔥 𝗹𝗔 𝗳𝗨𝗥𝗜𝗔 𝗲̀ 𝗳𝗘𝗠𝗠𝗜𝗡𝗔​ 🔥 ​

Il femminismo di 𝐹𝑅 non è mera rivalsa sulla brutalità del dominio maschile. Miller dà espressione visuale al riorientamento del movimento classico, declinandolo in una forma più inclusiva e auguratamente futuribile: anticapitalista, antiabilista e intersezionale; utilizzatore politico di tecnologia; supportato da sincere parentele harawayane, con forti legami liberi dal vincolo genetico, del sesso, della razza e della classe.​
L’intento non è schierare donne contro uomini ma schierare tuttƏ, uomini e donne, contro il distruttivo sfruttamento delle risorse e il maschilismo dell’era capitolocene, dove la donna è consumatrice da assuefare, lavoratrice quasi sempre subordinata, se non sfruttata o addirittura non riconosciuta, e consueto bene fruibile.​
Il futuro insomma non è femmina quanto femminista: le donne di 𝐹𝑅 non contano solo su loro stesse ma confidano nell’alleanza con due uomini fuori dalla mascolinità egemonica: «Sono fidati, ci hanno protette» dice Furiosa alla sua ritrovata tribù matriarcale, le Vuvalini, inizialmente diffidenti verso gli alleati Max e Nux che accompagnano le fuggiasche.​
La lotta al patriarcato non inizia dando priorità alle donne – il primo personaggio di spessore ad apparire è Max, non Furiosa – ma con la più convincente demolizione del patriarcato, attraverso la ridicolizzazione del machismo, la grottesca esasperazione dell’ipermascolinità, mostrando la malattia delle sue strutture.​
E mentre i maschi(listi) sono ugualmente eccessivi, brutti e cattivi, ridicoli mentre inseguono la blindocisterna di Furiosa, i personaggi femminili sfuggono a facili stereotipi e categorizzazioni, anche grazie alla consulenza sul set di Eve Ensler, autrice de 𝐼 𝑚𝑜𝑛𝑜𝑙𝑜𝑔ℎ𝑖 𝑑𝑒𝑙𝑙𝑎 𝑣𝑎𝑔𝑖𝑛𝑎.​
Furiosa non è la solita comprimaria – è lei il motore trainante del film – né la classica eroina d’azione: Charlize Theron resta bellissima ma, testa rasata e corpo ben coperto da stracci, sporca di grasso e disabile, manca di sessualizzazione; è una donna forte però “senza palle”, cioè non virilizzata anche se guida e ripara macchine, spara e lotta come un uomo – se non meglio. È una nuova icona del cinema di genere, persino più di Ripley di 𝐴𝑙𝑖𝑒𝑛 o Trinity di 𝑀𝑎𝑡𝑟𝑖𝑥.​
Diversamente, le Mogli sono femminili nell’accezione sancita dalla società maschilista e capitalista: giovani, fertili e integre, belle e curate, sensuali e, almeno inizialmente, dipendenti. Nello specifico, per citare Silvia Federici in 𝐶𝑎𝑙𝑖𝑏𝑎𝑛𝑜 𝑒 𝑙𝑎 𝑠𝑡𝑟𝑒𝑔𝑎, la loro femminilità è «un particolare tipo di lavoro, che maschera la produzione della forza-lavoro come un destino biologico»: le Mogli, come le altre Riproduttrici e la loro progenie, appartengono a Immortan Joe non diversamente dai lavoratori e dalle lavoratrici senza diritti e protezione che ancora oggi, anche nei Paesi “civilizzati”, sono di effettiva proprietà di padroni e padrone. Ma nessuna delle giovani Mogli è ridotta a povera vittima. ​
Nel film la donna resta legata alla terra e alla vita – la collezione segreta della Custode dei Semi, i discorsi e la pancia tonda di Angharad – ma nemmeno le Mogli sono dei fiori, delicate e immobili: tutte si danno da fare nonostante siano creature «soffici» e tutte superano l’idea arcaica e pericolosa, patriarcale, di forza stabile quale fonte di cura e deputata alla riproduzione.​
Io, che non mi sento affatto un fiore, vorrei essere una delle Vuvalini o Molte Madri: guerriere centaure, Amazzoni postapocalittiche in pelle che ammazzano bene almeno quanto i signori della guerra, anche se loro ricordano con nostalgia quando «non c’era bisogno di ammazzare nessuno»; avvicinabili alle genti indigene che lottano contro i poteri forti, violenti, occidentali od occidentalizzati. ​
Amo i personaggi femminili di questo film. Ringrazio Miller per averci dato dignità senza tacchi alti e capelli perfetti al punto di aver fatto incazzare il Men’s Rights Movement, che infatti ha cercato di boicottare la pellicola.​
𝑵𝒐𝒊 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒊𝒂𝒎𝒐 𝒄𝒐𝒔𝒆.
Semmai animali furiosi: ringhiamo, urliamo e ci battiamo anche da azzoppate.​

🏜️ 𝗱𝗢𝗩𝗘 𝗗𝗼𝗯𝗯𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗮𝗡𝗗𝗔𝗥𝗘, 𝗡𝗼𝗶 𝗰𝗛𝗘 𝗩𝗮𝗴𝗵𝗶𝗮𝗺𝗼 𝗽𝗘𝗥 𝗤𝘂𝗲𝘀𝘁𝗮 𝗹𝗔𝗡𝗗𝗔 𝗗𝗲𝘀𝗼𝗹𝗮𝘁𝗮 […]?​ 🏚️​

Se è chiaro chi – chiunque sappia 𝑐𝑜𝑛vivere 𝑐𝑜𝑛dividendo – possa (soprav)vivere in un modo devastato, il come è frutto di esperienze e tentativi dolorosi. ​
A un certo punto, dopo aver scoperto che il Luogo Verde della sua infanzia si è esaurito ed è diventato inabitabile, per Furiosa e il resto del gruppo tornare indietro non è una possibilità, solo guardare avanti può essere occasione di salvezza: piuttosto che cercare rifugio nel sogno di un passato perduto, la compagnia lavora su quanto offre il presente, cercando di cambiarlo in meglio. È una strada piena di sacrifici ma anche l’unica percorribile.​
Così ci mettiamo in marcia alla conquista della Cittadella.​
È proprietà di Immortan Joe, spietato veterano delle guerre per le risorse fattosi imprenditore dittatoriale: marca l’acqua come Acqua-Cola; le donne sono «tesori» chiusi dietro una porta che sembra lo sportello di una cassaforte; gli uomini i suoi proseliti e «carne da macello». È un ​
padrone-dio che assorbe potere dalle risorse predate: è dal possedimento smodato che nascono le vessazioni, come la smodata volontà di possesso ha portato all’inaridimento del pianeta e di chi ancora lo abita tra i rottami di nazioni neoimperialiste e progetti neocolonialisti. Ecco chi, cosa ha ucciso il mondo.​
«Sai, sperare è sbagliato. Se non si può aggiustare ciò che è rotto… si diventa pazzi» dice Max a Furiosa, suggerendole di cambiare rotta, trasformando un viaggio di speranza in rivoluzione: riuscire, insieme, a cambiare davvero le cose, pensieri e azioni, per trovare una specie di redenzione. Un equilibrio tra noi, ognuno di noi, e tra noi e la Terra, ancora un Luogo Verde sebbene minacciato per circa un terzo della sua superficie dalla desertificazione.​
𝐹𝑅 non è un’opera perfetta, e nonostante le accuse da non dimenticare alla produzione da parte di alcune associazioni africane ambientaliste, sono fortissimi i suoi messaggi sociopolitici: un’ecocritica femminista che estende il discorso del rapporto tra umanità e natura all’evidente male che l’oppressione ecologica porta anche alla nostra specie, soprattutto al genere femminile e alle minoranze.​
La sacralizzazione dei veicoli a motore delle milizie di Joe, le malattie terminali e l’autolesionismo rituale in nome del Culto del V8, il sogno di una morte in combattimento e i lauti banchetti nel Valhalla, le corse feroci per il deserto dietro a un manipolo di donne non parlano di distopia, ma del mondo là fuori: dei nostri incendi e dei cambiamenti climatici; della microplastica nell’acqua e nel cibo e delle contaminazioni del terreno, degli ecosistemi in pericolo; dei prezzi a ribasso nei grandi negozi, delle pratiche produttive non sostenibili e dello sfruttamento della forza lavoro; di migrazioni obbligate che non trovano accoglienza; di ricchi, sessisti, sfruttatori, fanatici, talebani – il plurale maschile non è solo una questione di grammatica.​
Quando alla fine del film il gruppo finalmente arriva alla Cittadella, Furiosa, le Vuvalini e le Mogli non soppiantano il vecchio capo: invece prendono il potere per aprire i pugni e condividerlo, afferrano le mani di uomini e donne, “carne da macello e animali da monta”, e li issano su con loro, pur decimate e stanche. ​
È la nuova generazione ad accogliere il cambiamento e sono le altre ex Riproduttrici di Immortan Joe, le donne-mucche che gli davano latte e figli, a liberare il preziosissimo oro blu aprendo così la via dell’eguaglianza. ​
Nel deserto si può ricominciare, basta che non sia proprio come ai vecchi tempi.​
E a tutti gli Immortan Joe vaffanculo da parte di questa matta furiosa.​


​*Il pezzo è stato scritto durante i roghi di questa estate.

(Ornella Soncini)