Angoli parziali e periferici : “Acrobazie” di Alessandro Trasciatti

Angoli parziali e periferici : “Acrobazie” di Alessandro Trasciatti

6 Ottobre 2021 0 Di Gli Epicurei

Credo di conoscere la causa di queste smagliature che vengono a turbare l’equilibrio delle cose: è il Maligno che s’intrufola dalle serrature e viene a scombinarmi l’esistenza. Lo so che è lui, ne ho la certezza quasi matematica, acquistata con un lungo e tenace tirocinio fin da quando ero bambino e spiavo gli oggetti della camera, ne osservavo le mosse inspiegabili e repentine, tenevo sotto controllo i rubinetti gocciolanti, mi addormentavo solo dopo complicate ed esaustive ispezioni sotto il letto, nei cassetti, tra gli strati delle coperte. Più di una volta ho rilevato incongruenze, contraddizioni di palese origine demoniaca. Il mio sesto senso faceva sì che mi alzassi nel cuore della notte e camminassi al buio sonnambulando fino alla camera dei miei.

Non saprei dire se le Acrobazie di Alessandro Trasciatti (pubblicate da Il ramo e la foglia editore) siano uno scavo archeologico su un modo di percepire le cose, o una sorta di museo di modi di essere e vedere che stanno scomparendo; fatto sta che la sua raccolta, breve come si conviene a un catalogo, ha fin da subito un sapore antico, desueto, nel complesso intimo ma distaccato, soprattutto (e questo, a parere di chi scrive, è il merito maggiore del libro) libero da qualsiasi forma di nostalgia. Acrobazie è una lettura epidermica ma profondamente rilassante, che spinge a prendersi il proprio tempo, una bevanda gustosa che si annusa, si rigira in bocca e poi si deglutisce, il cui gusto si esaurisce nel momento in cui la si butta giù, ma tanto ce n’è un altro sorso, e la bottiglia sul tavolino.

Il vecchio cimitero ebraico era un boschetto di alberi nudi disseminato di innumerevoli lapidi. Verticali, più spesso oblique, a volte quasi orizzontali, si affollavano l’una accanto all’altra emergendo da un tappeto di foglie secche: una piantagione di piccoli menhir. Il mio cappello nero, casualmente simile a quello di un rabbino, lo ritrassi a sommo di una stele. Faceva freddo, la tua mancanza mi pungeva di più ancora, eppure non trovai il modo di piangere. L’ultimo dell’anno, in birreria, bevvi sei boccali.

La raccolta di Trasciatti è una di quelle letture che non ti cambia la vita, ma che è capace di portarti a un piacere di quelli intensi e meditativi, di quelle che rallentano il battito cardiaco e che rendono inclini a godere delle cose, preparando l’animo a coltivare il lato positivo del quotidiano; si tratta di una pratica aristocratica ma alla portata di tutti, una capacità di prendersi il proprio tempo e gestirlo nel migliore dei modi, esattamente come fa l’autore, capace di attraversare il ricordo rivivendo e ricreandolo, incastrandolo con un presente che si intuisce, godendo del piacere di un’inquietudine tranquilla, inscalfibile, quasi apollinea.
Quasi.

(Chiara)