Mr. Hyde Frammenti: Psicodramma dell’immagine latente – “The Atrocity Exhibition” di Jonathan Weiss

Mr. Hyde Frammenti: Psicodramma dell’immagine latente – “The Atrocity Exhibition” di Jonathan Weiss

4 Ottobre 2021 0 Di Gli Epicurei

L’articolo è presentato da: Pneumatici Divine Future.

Era da qualche anno che la redazione di Hyde Press pensava di creare una rubrica sui film sperimentali. Io, senza alcuna remora, proposi una nicchia della nicchia: perché non ci occupiamo anche di filmati industriali? Saranno pure illustrativi o semplici strumenti promozionali, ma non per questo poco interessanti a livello espressivo. Con mio grande stupore l’idea è stata accettata, così, da qualche mese, ci occupiamo di queste strane produzioni ottenendo, per altro, un inaspettato riscontro da parte dei lettori. Tanto che ora sono le aziende stesse a contattarci, come in questo caso.

L’azienda in questione, che chiameremo Marburg Inc., ha catturato subito la nostra attenzione: “… insomma, il film che vogliamo proporvi è il risultato, non voluto, della libertà che concediamo ai nostri collaboratori e sarà proiettato per un vostro rappresentante in una delle sale del nostro gruppo…”. In poche parole dicevano che il fondo stanziato per la produzione di un semplice spot era diventato, per l’ossessione del curatore, un vero e proprio lungometraggio. Con queste premesse non potevamo che accettare l’invito, anche se tuttora ignoriamo il motivo per cui questi soggetti abbiano allestito una tale messinscena.

Passarono a prendermi un lunedì pomeriggio, con una Tesla Model 3 decappottabile. La delegazione era formata da due soggetti, ma i loro nomi, al momento delle presentazioni, si sono persi nel rumore del vento. Le uniche parole che riuscii a cogliere furono il titolo dell’opera in questione: The Atrocity Exhibition. Dall’autoradio, come sottofondo, il brano omonimo dei Joy Division. Qualcuno, quindi, si era ispirato all’opera capitale di Ballard. Interessante, pensai. Interessante e coraggioso. Durante il tragitto feci qualche ricerca sul tablet e trovai un film con lo stesso titolo di un tale Jonathan Weiss. Un altro caso di omonimia?

No, si trattava proprio di quel film, presentato allo Slamdance Film Festival nel 1999 davanti a pochi fortunati spettatori. Il regista, poi, non avendo trovato alcuna distribuzione, aveva abbandonato il mondo del cinema per fondare un’azienda di impianti hi-fi simpaticamente chiamata ΩMA (“Oswalds” Mill Audio). Non capivo le intenzioni della Marburg Inc. Sono Danihel C., pensavo, della Hyde Press, non un subumano. Credevano forse che non me ne sarei accorto?

Non dissi nulla della mia (ovvia) scoperta perché in fondo ero contento della proiezione, vedere un film del genere sul grande schermo era un’occasione unica. A presenziare, oltre un dirigente dell’azienda, tre tizi dall’aspetto inquietante, uno dei quali mi presentò un biglietto da visita collettivo. Con caratteri dorati su fondo avorio c’era scritto: Neza, Chalco & Itza, consulenze. Il dirigente li aveva ribattezzati “La Sequenza” perché diceva di non averli mai visti separatamente, neanche fuori dal lavoro. Mi presentai facendo scivolare la mia mano nelle loro, piuttosto viscide. Tanieli C., dissi, giornalista. I tre, a quanto pareva, erano i responsabili di un progetto “segretissimo e rivoluzionario”, parole dello stesso dirigente, che dopo aver fatto un cenno al proiezionista mi si sedette accanto.

Il film era presentato dalla voce narrante come un documento del crollo psichico di un certo Dr. Travis. “Un eccellente elemento della nostra azienda”, mi diceva il dirigente con fare sempre più confidenziale. Come no, pensavo, e io non sono Daniyyel C., ma Hunter S. Thompson. Il sonoro opprimente e una lunga carrellata in un corridoio manicomiale mi fecero subito entrare nell’atmosfera ossessiva del film, in cui le immagini “rappresentano codici di sogni non interpretabili”. Intere scene erano prive di presenze umane, stipate invece di oggetti solo in apparenza slegati tra di loro in un “connubio innegabile tra scienza e pornografia”. Fotografie di icone pop e funghi atomici, attrezzature mediche e giocattoli di plastica. Paesaggi urbani resi astratti dall’abbandono o da discutibili riconversioni. E cavalcavia, intersezioni autostradali, parcheggi multipiano, mentre la voce narrante, con una compostezza medica, esponeva teorie apocalittiche. Interessante era la trovata di inserire materiale bellico sui cartelloni pubblicitari, tra cui la famosa immagine del vietcong ucciso con un colpo di pistola alla tempia. “Quello sparo”, mi confidava il dirigente, “è partito dal click della macchina fotografica. Ne ho le prove”. Era sempre più loquace il mio vicino di posto: “Ma non le sembra irreale che la guerra tra le compagnie cinematografiche sia ricominciata proprio in Vietnam?”. Certo, gli rispondevo, è davvero buffo, quasi quanto la Sequenza che anziché guardare il film si medicava a vicenda ferite sessualizzate. Un’altra scelta funzionale del regista era l’utilizzo di immagini di repertorio (che a me, non so perché, disturbano anche se mostrano persone sorridenti), soprattutto filmati in 8mm con vittime di guerra di origine orientale: donne con la pelle sciolta e cicatrizzata, mutilati su barelle, i risultati sbalorditivi di una mano ricostruita chirurgicamente, poi l’immagine della stessa prima dell’intervento, devastata, irriconoscibile. A seguire, la controparte occidentale: la radiografia della mano di Lee Harvey Oswald, passato alla storia come l’assassino del presidente Kennedy, test di esplosioni atomiche, riviste patinate. Nelle scene recitate vediamo lo scambio di battute tra il supervisore di una clinica non meglio identificata e soggetti impossibili da identificare (giornalisti? Delegati di una commissione d’inchiesta? Millantatori? Scopofili? Pervertiti?). Quelle riservate al Dr. Travis, se possibile, erano ancora più stranianti: esperimenti psicoartistici che sembravano avere come unico scopo la dimostrazione empirica della sua follia (“… una tecnologia distruttiva senza alcun obiettivo, una sorta di ossessione…”), e assurde lezioni in aule semideserte, tra semiotica e psicopatologia.

Nonostante la fiacca rappresentazione di Xero (una delle proiezioni mentali del Dr. Travis) e lo scarso carisma del protagonista, il regista aveva indovinato il tono di una trasposizione impossibile come quella: andare avanti per accumulo, ripetizioni, assonanze, variazioni, dove l’allucinato dottore, nella confusione iconografica, era il collante folle, la sinapsi incendiaria. “Perché è lì che avverrà la Terza Guerra Mondiale”, diceva il dirigente con gli occhi sgranati, “nelle sinapsi”. Ormai non mi stupivano più le sue affermazioni, anzi, sembravano il giusto corollario alla visione sempre più sinestetica, tanto che dall’ipofisi mi partivano impulsi di puro piacere fino al pube. E non era così solo per me. I tre della Sequenza si toccavano tra di loro, le mani in ogni lembo dei vestiti, in ogni piega del corpo. Neza sembrava avere propaggini al posto delle mani e Itza, con il plettro delle dita, titillava una ferita vaginale nella gola di Chalco, che gemeva tra i corpuscoli di luce.

Per tornare all’origine della rubrica, nella pellicola erano presenti filmati industriali, soprattutto crash test in slow-motion, con i classici manichini. Poi però testavano l’impatto di un pistone su una cassa toracica, e il tester non era un manichino, ma un corpo vero. Un cadavere, pensavo, ma inserito in quel punto, dopo il bombardamento di immagini, la certezza veniva meno. Certo, la ripresa durava pochi secondi e la sgranatura dava una certa distanza clinica, ma rimaneva agghiacciante. “Hanno usato la Pentazet”, mi informava il dirigente, “l’unica macchina da presa in grado di arrivare a 18.000 fotogrammi al secondo (in teoria anche a 30.000). L’università di Lipsia la usa per lo studio della fusione dei metalli”. Poi, per alleviare il mio turbamento, aggiunse: “Mi dica, secondo lei esiste un sistema migliore per capire le conseguenze da impatto su un corpo umano? E non mi risponda ‘Unità 731’”. E qui scoppiò in una risata stucchevole.

All’inizio del terzo blocco mi si avvicinò un tizio mai visto prima. Con una certa soddisfazione mi disse che in mio onore (“Carissimo Dr Danielius C.”) avevano aggiunto due sequenze non presenti nel final cut. “Sequenze che nessuno ha mai visto…”. Nella prima un ragazzo efebico, truccato e vestito da modella, si strusciava languidamente al cadavere di Pasolini abilmente ricreato (credo). Fingendo un servizio fotografico, l’attore indicava le parti del corpo schiacciate dalle ruote dell’auto. Poi, in dissolvenza, appariva il logo del prodotto commercializzato: Divine Future, gli pneumatici del dissidente. Seconda sequenza: lo stesso attore di prima (questa volta travestito da funzionario effeminato, baffetti da gagà, occhi pesantemente truccati) si faceva largo tra la folla e rimaneva a contemplare il corpo senza vita di Aldo Moro nella Renault. Poi si toccava tra le gambe e entrava con lui nel portabagagli, mentre una voce, con fare materno, recitava: “Piccolo mio, ora ci sono io con te…”. A questo punto nessuno si stupiva più dell’amplesso che la Sequenza, ormai senza alcun freno, stava consumando tra le poltrone. Un amplesso oserei dire vischioso ma in qualche modo seducente. Pensai subito a Society, poi tornai a guardare il film.

Mi trovavo in uno stato simile all’illusione ipnagogica, dove il film e il ricordo del libro sviluppavano in me una terza proiezione, del tutto autonoma. Nonostante questo il mio senso critico rimaneva vigile e l’idea di Ballard mi era chiara: il protagonista della realtà non è mai stato l’essere umano, ma il prodotto delle sua deiezione mentale. Il libro è di una modernità sconcertante e sarà ancora più attuale domani, quando il corpo sarà solo un’inutile appendice. Pensateci bene: la percezione non più come surrogato, ma come attributo primario con una propria dignità. E lo stile frammentario? I memes come reiterazione tourettica, lo scrolling come ipnosi autoindotta, l’incontenibile proliferazione visiva, il corrispettivo perturbante di Cent Mille Milliards de Poèmes di Queneau. E le morti sessualizzate delle star? Il ruolo invasivo e sovradimensionato dei fenomeni pop, che noi vorremmo scandagliare, fin dentro le viscere, come pornografi della visione e del sapere incontrollato. È tutto lì, in quelle pagine, in quei frames, e parla di tutti noi, del circo mediatico, delle nostre contraddizioni. L’evidente pulsione sessuale di ogni immagine pubblicitaria e quella latente delle conferenze istituzionali. La psicosi repressa dei nostri dirigenti e il grido impotente dei cittadini, relegato ormai a rumore di disturbo dei programmi governativi. La diversità biologica e sessuale che anziché venire accolta come uno degli apici evolutivi (pensiamo per esempio alla proteroginìa animale) viene schernita e occultata, diventando putrida perversione. La pila vorace e senza fondo del Deep Web, dove fuggire lo statalismo e relegare le vergogne dei nostri impulsi disumani. E infine il Deepfake che domani ci regalerà uno splendido spettacolo di accuse e smentite, dove danzeranno capi di stato e papi, conduttrici e calciatori, fino al collasso della percezione.

A fine proiezione ero scosso, ma in qualche modo sazio. Prima di andare via, come nelle anteprime delle grandi produzioni, ho ricevuto dei regali dalla Marburg Inc.: l’opuscolo di una discarica in Siberia in cui venivano stoccati i veicoli di “tutti gli incidenti stradali del mondo”; la trascrizione, su supporto digitale, dei desideri sessuali degli astronauti cinesi e un file audio con i discorsi di Kim Jong-un in vocoder mixati al rumore dei missili ipersonici; sotto teca, un frammento della metastasi di Steve Jobs; per finire, una pregevole riproduzione in resina dell’utero di Scarlett Johansson. La Sequenza era svanita, eppure la porta non era mai stata aperta. Al suo posto qualcun altro, non so dire di che sesso, etnia, specie. Se avessi dato voce allo stato psichico di quel momento, avrei detto che quella era la sintesi di Neza, Chalco & Itza. Proprio così, mi dicevo, l’essere che dopo la proiezione mi portò con sé nel deserto bianco, alle porte di El Cairo, a visionare snuff movie tra casematte riconvertite in laboratori, non poteva che essere la sintesi della Sequenza. E io, modesto giornalista, il residuo psichico di un essere umano.

(Daniele Colantonio)

Il film in versione originale
https://www.youtube.com/watch?v=BMKV3GgBVsk