Quale tempo è passato?: “Sto pensando di finirla qui” (due riflessioni sul romanzo di Iain Reid e il film di Charlie Kaufman)

Quale tempo è passato?: “Sto pensando di finirla qui” (due riflessioni sul romanzo di Iain Reid e il film di Charlie Kaufman)

24 Settembre 2021 0 Di Gli Epicurei

Quello che mi piace nelle storie di Kaufman è questo incentrarsi su un luogo fisico che sia anche un luogo interiore, un luogo dell’anima, della mente, un luogo che rappresenti il proprio posto nel mondo nel senso più ampio del termine; e, tuttavia, questo posto è anche un qualcosa di definito, anche se il più delle volte si tratta di un qualcosa che proprio non si riesce a trovare.

Un non-posto. Questo è un non-posto. Non è una città o una cittadina. È campi, alberi, neve, vento, cielo, ma non è nessun posto.

Sto pensando di finirla qui, nella sua forma romanzesca (ad opera di Iain Reid) e in quella filmica (per merito di Charlie Kaufman), racconta di una vita che non esiste e di una vita che non è tale. Si parte dalla voglia di porre fine a una relazione sentimentale e si arriva a tutt’altra conclusione (che Kaufaman comunque rende meno palese, meno cupa, più malinconica e, soprattutto, più universale) attraverso una visione di tutto ciò che non c’è stato, tutto ciò che non si è fatto e che si è irrimediabilmente perso; e non mi dilungo sulla trama perché rischierei di rovinare visione e lettura.

Da parte mia, devo ammettere di aver preferito il film al libro, con tutto che anche quest’ultimo è stata una lettura più che soddisfacente, se pur con qualche comprensibile punto morto.
Il fatto è che il film ha questa nota perturbante che, paradossalmente, mi è risultata quasi ottimistica: se una vita insignificante, rivissuta nell’ottica di tutte le occasioni mancate, del coraggio non avuto e delle scelte non fatte riesce ad essere così carica di tensione, allora vuol dire che qualcosa c’è comunque stato: nello specifico, una vita interiore di una ricchezza spaventosa che però è stata investita male, una capacità di sentire che si è esacerbata in sé stessa fino a distruggersi e distruggere, ma che comunque c’è stata, e c’è, fino all’ultimo secondo.

Questa è probabilmente l’ultima volta che sono in macchina insieme a Jake. Sembra un vero peccato quando lui è così, scherzoso, quasi contento. Forse non dovrei finirla qui. Forse dovrei smetterla di pensarci e godermelo. Godermi noi. Godermi il fatto di imparare a conoscere qualcuno. Perché sono così intransigente quando si tratta di noi due? Forse alla fine mi innamorerò e mi passeranno le paure. Forse le cose andranno per il meglio. Forse è possibile. Magari è così che funziona, con il tempo e la fatica. Ma se non puoi dire all’altro quello che pensi, che senso ha? Credo sia un brutto segno. E se lui pensasse di me esattamente le stesse cose? Se fosse lui che pensa di finirla, ma allo stesso tempo volesse ancora divertirsi un po’, o comunque se magari non fosse del tutto stufo di me, e quindi tergiversasse solo per vedere che succede? Se fossero questi i pensieri nella sua mente, mi arrabbierei. Dovrei finirla qui. Devo.

Se Reid usa il monologo interiore per descrivere una realtà che va in pezzi, Kaufman rende questa perdita di controllo attraverso degli spazi che si rivelano labirintici e un tempo che perde la sua consistenza. Nella lunghissima scena prima del delirio finale, quella mezz’ora all’interno dell’abitacolo della macchina, le crepe cominciano a farsi davvero profonde e noi cominciamo a perdere davvero la presa su tutto, ed è una sensazione meravigliosa, di apocalisse imminente, chiarificatrice e terrificante, e la sensazione è davvero quella del terreno che ci viene tolto da sotto i piedi, o, meglio, di un terreno che credevamo ci fosse e che invece non c’è, o, meglio, è dentro la testa, un luogo che è solo nostro, comprensivo di tutti gli altrove possibili.
Altrove che possono anche essere gabbie e torturatori inesorabili.

(Chiara)