Scivola: “Liquefatto” di Hilary Tiscione

Scivola: “Liquefatto” di Hilary Tiscione

23 Giugno 2021 0 Di Gli Epicurei

La cosa che più colpisce dell’esordio di Hilary Tiscione è l’aria di dramma mancato che ne deriva, o, meglio, di mancata percezione del dramma, come se i fatti brutali, straniati e stranianti narrati fossero annacquati dal loro stesso essere raccontati in modo al contempo brutale e astratto, come se a forza di pensare la materia, pensare i corpi e le viscere, e a forza di raccontarli, anche con una certa brutalità, quando sono in azione, questi mancassero la presa sulla vita, sui fatti, sul reale.

Come può il perverso strapiombo della mia disgraziata miseria non vestire per un solo momento l’indole? La vita. Ci si obbliga a non sentire i giorni che danno origine ai battiti come le pelli sabbiate dei rullanti. Non so quando mio figlio comincerà a vibrare. Lia dice che è femmina perché è accanita. La Gloria, avevo pensato fosse la Gloria. La Vittoria. Non c’è un solo tavolo che mi regga perché non so di chi sia la mia creatura.

Liquefatto, pubblicato da Polidoro editore, racconta un viaggio in America affrontato in circostanze complicate e nato in un momento stranissimo, compiuto da tre persone (Maddalena, Lia e Tito, che fa da guida) sospese in una nebbia esistenziale e personale fittissima. Tutto ciò che è materico, tutto ciò che ha una qualche consistenza, finisce quindi per sciogliersi, squagliarsi, e rendere quindi il pantano su cui si muovono i tre (ma specialmente Maddalena, protagonista e voce narrante) più torbido, la direzione da prendere più confusa, la situazione presente meno chiara.

Non ho mai visto due persone poco più che sconosciute volersi così bene, da subito, senza alcun motivo. E nel contempo sono animali che si annusano. Mi viene da sorridere. Lia tiene il mento all’insù, per guardarlo negli occhi.

Tiscione non racconta cose limpide, o, meglio, Tiscione racconta cose che sarebbero limpide se non si trattasse, come da titolo, di carni sciolte e vite squagliate, di vie non prese, di mondi che si confondono l’uno nell’altro, di fughe che non portano da nessuna parte, di viaggi di andata che non sono mai di sola andata, anche se di fatto non ci sono posti in cui tornare; e lo fa con una voce ricca e mesta, che tergiversa sulle cose, attraversa un personaggio incapace di scelte, che aspetta che le cose si risolvano da sole e alienato di fronte alla sua stessa vita, a cui tutto sfugge di mano, e quando tutto sfugge di mano quel che rimane è un’idea, un alone, appena una traccia di quello che avrebbe potuto essere, che non può essere raccontato nella sua interezza, e non può essere neanche immaginato