The Monsters Circus..reloaded (una recensione freak del romanzo “Monsters Circus” di Valentina Palomba)

The Monsters Circus..reloaded (una recensione freak del romanzo “Monsters Circus” di Valentina Palomba)

16 Giugno 2021 0 Di Gli Epicurei

ladies and gentlemen, boys and girls..ecco a voi..il solo ed unico: Monsters Circus..tà-dà..entrino il mangiafuoco impenitente, l’illusionista di mondi, il domatore di anime, l’equilibrista opportunista, la contorsionista di like e salutiamo il nostro meraviglioso pubblico con un inchino! Tà-dà!

Un lettore, generalmente, non approfondisce le logiche che hanno portato alla pubblicazione di quello che sta leggendo e raramente si interroga sui meccanismi promozionali che hanno guidato quel libro nel percorso che unisce lo scaffale di una libreria alle mani dello stesso lettore. Si possono immaginare molteplici dinamiche ma, senza la pretesa di effettuare in questa sede il trattato definitivo su questa questione, che può continuare ad essere sottaciuta senza per questo far torto alla verità, mi piace far entrare nel cerchio illuminato alcuni personaggi e farli partecipare con il loro numero ad uno spettacolo circense, quello dell’editoria. Si faccia avanti quindi l’Editore, un mangiafuoco impenitente, che suggerisce all’autore una leggera variazione al titolo perché vogliamo, noi della famiglia della xxx, ammiccare alla leva empatica del potenziale lettore illudendolo che quelle poche parole sono proprio quelle che meglio descrivono il suo stato d’animo; venga il Grafico, l’illusionista di mondi, che garantisce che la sua copertina risalterà tra altre cento, elevandosi dall’anonimato; entri ora il Libraio Onesto, un domatore di anime, che si gratifica con quel consiglio con cui riesce a soddisfare l’incastro del gusto del lettore con la giusta tessera; non può mancare a far da contraltare il Libraio disonesto, l’equilibrista opportunista, che deve recuperare spazio sullo scaffale degli invendibili per l’imminente uscita dell’ultimo bestseller della writestar e battezza il malcapitato lettore come la sua vittima sacrificale arriva infine anche il/la Book-Influencer, un/a contorsionista di like, che produce storie a non finire lasciandosi come unico baluardo invalicabile, quello del libro tra le tette/adagiato sui pettorali, perché sia mai, sempre di cultura si tratta.

In tutto questo scenario, l’imbattersi in libri che vivono ai margini, in quel sottobosco che risponde al nome di produzione indipendente, risulta operazione ardita, ostinata, casuale. Talvolta si è indotti a cadere nel tranello che porta a declinare il termine “indie” come avulso dalle problematiche economiche, come se quest’ultime dovessero divenire etichetta di materiale contaminante della purezza dell’artista. Svestiamoci dell’ovvio, così non è. Ora che le regole del gioco sono state chiarite ed è arrivato il mio turno, lascio che il mazziere scopra le mie carte. A questo punto della riflessione sento la necessità di liberarmi di tutti questi orpelli e di calarmi nell’animo dello scrittore, così come si scende in una grotta armati del solo faro montato sulla testa, li, dove risiede il nucleo più puro e dove si fondono insieme i sentimenti indotti dalla lettura e quelli che l’hanno generati. Quando si raggiunge questo livello di dettaglio e profondità si corre il rischio di perdere la risoluzione generale che porta a differenziare l’autore dalla sua opera e i personaggi dall’autore stesso. Consapevole di questo pericolo, voglio comunque affrontare questa mia riflessione sul romanzo Monsters Circus di Valentina Palomba (Brè edizioni), tramite questo processo che dalle pagine torna a ritroso al nucleo primigenio e di nuovo al romanzo come se ci fosse una fusione tra forma esteriore ed interiore, tra forma e sostanza e tra autore e personaggi. Questo romanzo, più o meno dichiaratamente, si può collocare in un genere al confine tra l’horror e il fantasy o qualunque permutazione delle due categorie precedenti soppesate attentamente fino alla finale convergenza in quella zona in cui un dark-fantasy ed un light-horror sono esattamente la stessa cosa. In ultima analisi, entrambe o nessuna delle due classificazioni precedenti potrebbe essere pertinente divenendo qualcosa di diverso dall’horror che non riesce ad essere e dal fantasy che non vorrebbe divenire reale.

La storia si incentra sulla figura della Diva, una creatura duplice e tenuta prigioniera dal Gobbo all’interno del circo in cui si esibisce assieme ad altre fantastiche creature e su quella di un medico, William, che avvicinandosi casualmente al circo rimane totalmente infatuato da questa ambigua figura femminile. Fin da subito ne diviene completamente assoggettato fino al confine della perdita della ragione. Consapevole della sua dissolutezza trova come unica risoluzione quella della liberazione della Diva che passa attraverso la rottura dell’incantesimo che ne impedisce la conoscenza del nome. La metafora del circo e delle sue strane figure dà vita ad una riflessione sulla diversità e sulla sua accettazione:

Che siam tutti uguali persone o animali
Non si può condannare e di libertà privare
Alcun essere vivente ne è un espediente
La sua esteriorità per tenerlo in cattività.

Lo scontro tra William e il Gobbo ci trascina in un finale corale la cui costruzione risulta essere magistralmente orchestrata (l’improbabile adunata di animali da cortile come esercito della salvezza è al tempo stesso esilarante e tragico). La declamazione finale del nome con la rottura dell’incantesimo che restituisce la libertà alla protagonista è un vero e proprio spartiacque per il romanzo che in quel preciso istante abbandona i toni cupi e tetri adottando invece quelli di una “luce splendente” come il nome appena rivelato della donna porta ad immaginare. Tutto questo può essere valutato in maniera superficiale come una fiabesca contrapposizione tra il bene e il male, ovviamente non è solo questo come vedremo. Infatti, il dualismo non termina qui; nel passaggio dalla sostanza alla forma una cosa soprattutto ci è impossibile ignorare: tutto il romanzo è stato scritto in rima baciata. Mi risulta impossibile non cogliere il bagliore di genialità che sottende questa scelta da cui si rimane stupiti e spiazzati: sarebbe come trovarsi di fronte ad un musicista di strada che intona le note di paint it black arrangiate come un fado portoghese, oppure davanti ad un murales che riproduce l’onda di Hokusai con tessere di bottigliette di plastica recuperate nel mare. Niente di tutto questo è completamente nuovo, certo, ma lo è la loro composizione: il mescolamento di ingredienti che nessun cuoco aveva mai osato avvicinare fino ad ora crea qualcosa che ha l’ardire della sperimentazione e l’effige dell’originalità.
Una rima baciata che in alcuni casi sembra faticare ad essere completamente armonizzata ma a cui va lasciato comunque l’indiscutibile merito da un lato, di tenere il lettore incollato alla storia quasi fosse trascinato in apnea ad arrivare fino alla fine, e dall’altro, di infondere un ritmo alla lettura che assume la caratteristica di diventare parte integrante della narrazione quasi che i personaggi fossero animati essi stessi dagli scatti imposti dalle rime come un ipotetico stop-motion letterario. Se è forma e sostanza, allora tornino tra noi ancora, il mangiafuoco, l’illusionista, il domatore, l’equilibrista, la contorsionista e tutti gli altri personaggi del circo storditi e liberati, la Diva e William, lo scrittore “indie” e il writestar e congediamoci tenendoci per mano, diversi ed uguali, in un inchino finale..Tà-dà!

(Massimo Guelfi)