Una catena di sforzi senza scopo: “La disputa sul raki e altre storie di vendetta” di Fabio Rocchi

Una catena di sforzi senza scopo: “La disputa sul raki e altre storie di vendetta” di Fabio Rocchi

9 Giugno 2021 0 Di Gli Epicurei

C’era troppo di tutto. Mi sarebbe piaciuto poter sforbiciare con tronchesi giganti l’eccesso, come se quello che avevo sotto gli occhi non fosse la verità. Mi specchiavo nelle costruzioni, nei profili dei materiali prefabbricati termosaldati, che si piegavano lungo disegni bistondi. Quella, illuminata di riflessi co-lor violaceo e arancio, era la me-tro-po-li. Era l’agglomerato, nel fascino della sua psichedelia. Un milione circa di destini che spingevano da tutte le parti, non si era ancora capito perché. E, tra loro, perfettamente a mio agio in quel momento, spingevo anche io.

Ma come mi sono goduta questi racconti di Fabio Rocchi, narratore asciutto di storie ricchissime, che partono in un modo per poi incrinarsi, e finire o non finire, o neanche iniziare; racconti che si muovono in una ambiente stratificato e complesso, che raccontano pulsioni invece assai elementari e quindi fortissime, radicate e radicali, pulsioni che appartengono a tutti, che alla fine ti chiedi quanto sarà difficile uscire dalla propria testa, a prescindere da dove si decida di andare, o si desideri andare, o si vada.

La disputa sul raki e altre storie di vendetta, edito da Besa muci, è una raccolta di storie belle piene, dalla morale ambigua o addirittura assente; storie che raccontano di persone che decidono di riparare a un torto e di ottenere una rivalsa, ma che raramente riescono a liberarsi di ciò che sono, perché non ce la fanno proprio a uscire dalla dimensione del torto subito (Bulloni, Da ora in avanti a te ci penso io, Il Vicedirettore è al momento assente, Il Festival internazionale delle Letterature) o, a livello più generale, dai loro confini mentali (La diga su a Peshmanar, Non si decide a morire, La disputa sul raki), per cui il cambiamento d’ambiente quasi mai è risolutivo, o pacificante, a meno che non si decida fermamente e scientemente di lasciare indietro qualcosa per costruire una propria dimensione, dal punto di vista relazionale e di conseguenza emotivo (e qui stanno i miei preferiti, Rinas – Frankfurt Hahn – Rinas e Cleardate dot com).

Che poi la cosa ganza è che questi racconti parlano del più antico dei temi, ovvero di persone che si trovano a confrontarsi con un nuovo ambiente e che di conseguenza non possono evitare di fare i conti con loro stesse, con delle opportunità che difficilmente riescono a sfruttare a pieno, perché alla fine è molto più facile trascinarsi; e non è detto che il dolore sia un maestro di vita, perché ciò che non ti uccide non necessariamente ti rende più forte ma talvolta ti azzoppa, anche perché non sempre si ha voglia di affrontare la riabilitazione, così come quasi mai si ha voglia di guardarsi allo specchio.

Non so quanto questa esperienza professionale mi abbia cambiato la vita, ma di sicuro non sono più quello di prima. Perché quando tu lasci un’impronta così indelebile su una geografia, imponendoti addirittura sulla natura, gli effetti di quelle forzature si ripiegano poi inevitabilmente dentro di te, e ti costringono a pensare.
Forse davvero, come diceva quella Matilde che non ho più rivisto, ho un animo sensibile. Lei sosteneva che fosse una colpa.

Il fatto è che Rocchi parla di funzioni umane talmente elementari e talmente sanguigne che è impossibile non appassionarsi, e l’Albania è un posto dell’anima, un far-west esistenziale così efficace, formicolante, ironico e spietato da risultare eterno, quasi archetipico, accattivante, soprattutto divertentissimo.

(laChiara)