Pudore e reticenza: “Figlio dell’Impero Britannico” di Jane Gardam

Pudore e reticenza: “Figlio dell’Impero Britannico” di Jane Gardam

7 Giugno 2021 0 Di Gli Epicurei

Ci sono i fatti, e c’è la percezione dei fatti.
C’è una vita, ci sono i frammenti di quella stessa vita e ci sono momenti della vita estremamente rappresentativi per alcuni quanto oscuri per altri, momenti che, magari, sono talmente indifferenti e insignificanti per chi quella vita l’ha vissuta.

Figlio dell’Impero Britannico di Jane Gardam, pubblicato da Sellerio, è la storia di una reticenza, di un soffocamento, la cronaca di un’educazione rivolta ai fatti, a seguire un percorso che sembra assorbire tutto e che invece lo mutila, e con questa mutilazione bisogna fare i conti.

Sedette sulla scrivania per provare a stendere il memoriale, ma si rese conto che era un’impresa impossibile. Pareri e giudizi l’avevano reso famoso, ma come scrivere senza dare un parere né un giudizio? Solo i fatti, facile. Ma come decidere quali erano i fatti? Di fronte al tremendo e necessario fardello se stesso attraverso gli occhi degli altri, Filth indietreggiava. Solo Dio può farlo. Gli sembrava blasfemo solo provarci. Una moltitudine di impressioni, una tale intensità di emozioni: dov’è la verità?

Old Filth è il soprannome (autoattribuito?) con cui il protagonista Edward Feathers è conosciuto dai suoi colleghi giudici e il titolo originale di questo romanzo, primo di una trilogia, di cui fanno parte anche L’uomo col cappello di legno (che leggerò prossimamente) e Last Friends (che ancora deve essere pubblicato). Old Filth vuol dire tante cose, da Vecchia schifezza a Failed In London Try Hong Kong, e lo stesso Edward è stato tante cose, talmente tante da far fatica, una volta andato in pensione, a raccapezzarsi. I suoi colleghi, coloro che lo circondano, coloro che lo conoscono, o che pensano di conoscerlo, ritengono che l’unica cosa che gli sia capitata nella vita è avere successo, ma la realtà non è quella: il successo è solo un pezzo della storia, e neanche il più interessante, un pezzo che Edward, e di conseguenza Gardam, saltano a piè pari, per indagare sulle ferite, sui non detti, sui non fatti, sui non sentiti, sull’adagiarsi in un modo di essere che serve solo ad ottundere le ferite.

C’è un qualcosa di proteiforme nella rigidità di Edward, un affanno nella sua ottusità, una paura nel suo alzarsi al mattino, un’ansia nel suo rispecchiarsi nel declino dell’Impero da cui è stato cresciuto e che ha servito per tutta la vita. Perché poi quello che rimane è il dolore, un dolore a cui bisogna trovare una soluzione, a cui, almeno, bisogna dare un senso.
E una complessità, con la quale bisogna venire a fatti prima di trovare finalmente pace.

È finito tutto nel nulla. Sono vecchio, dimenticato e sto morendo solo. Vaneering, il mio ultimo amico, è morto. Mi manca, anche se non mi sono mai veramente fidato di lui. Il mio migliore amico era un baro e mia moglie lo odiava, sebbene sia stato lui a fare la nostra fortuna in Estremo Oriente. È morto l’11 settembre, passeggero in uno degli aerei. Sempre giocando a carte, immagino. Non lo sentivo da anni.

Reticenza, perdita, mancanza di senso.
Ovvero, il modo in cui funzionano le cose al di fuori dei libri

(laChiara)