Dove lo spazio e il tempo si misurano in vertigini: “I racconti di Juarez del Sud” di Luca Mignola

Dove lo spazio e il tempo si misurano in vertigini: “I racconti di Juarez del Sud” di Luca Mignola

28 Maggio 2021 0 Di Gli Epicurei

Ogni uomo è la propria morte. La morte – soltanto il rifugio dell’uomo.
Non gli resta altro. L’uomo chiude il palmo della mano e le ceneri del proprio rogo scorrono come da clessidra rotta.

C’è questo senso di epica storta, di rifarsi a una mitologia letteraria e inquieta più che eroica che carica le parole di Luca Mignola in questi Racconti di Juarez del Sud (pubblicato da Wojtek edizioni). Interpolazioni, creazioni nuove che nascono da materiale etico in via di putrefazione e allora rimane solo la forma, l’incanto, l’incantesimo che non rivela lice ma ombra e morte.
Architetture complesse e involute che scavano e scavano e scavano ma non offrono via di uscita, che descrivono un qualcosa di avulso dall’umano e tuttavia profondamente connesso ad esso. Che poi, se ci si pensa, forse è avulso perché sarebbe preferibile ignorarlo.

C’è questa fascinazione per un mistero che non è tale, per storie che esulano dalla vita e che tuttavia la comprendono, e forse la superano, un’esplorazione cupa e macabra e innamorata delle sue carcasse, dei suoi suoni, dei suoi ritmi.

Ho accesso a tutte le fogne, adesso. Qualsiasi essere quaggiù mi conosce e trema. Ma ho dovuto lottare, ho perso un orecchio e alcuni denti. I miei simili, così dicono loro, praticano sanguinari rituali di potere: ancora si mordono e dilaniano, ancora si strappano le code, ancora e ancora si uccidono. Gli uomini, dice la Morgue, per umiliarci hanno inventato nomi che blandiscono e placano, nomi che risuonano ovunque, nomi che quaggiù, nella Fogna Aretusa o sulle rive del Sarno o nelle caverne dell’Erebo, sono impronunciabili. È che nessuno di noi, le ho risposto, vuole sentirsi un omuncolo.

La morte può anche essere un qualcosa che accade, ma l’essere morti è una conquista che si paga con una nuova consapevolezza. quella del non senso e dello sconosciuto che abbiamo dentro, di quello sconosciuto che ci dice tutto senza farcelo capire, di un vivere che masturbazione meccanica e vuota, atto insensato che ci porta a sprofondare in noi stessi.

In ogni pagina c’è un senso di rassegnata minaccia, che sveglia l’intelligenza rettile e ottunde quella analitica, c’è un’esplorazione del buio a occhi bendati attraverso una scrittura ipersensoriale e comunque sedata, tetra, e c’è un girare in tondo che sa tanto di immobilità.

Che poi sembrerebbe un po’ un funerale del tutto, ma qui siamo oltre, siamo dove non c’è niente, siamo a Juarez del Sud.
E rimarremo lì per un bel po’.

(laChiara)