Una fine maestosa come una nascita: “L’anno che a Roma fu due volte Natale”  di Roberto Venturini

Una fine maestosa come una nascita: “L’anno che a Roma fu due volte Natale” di Roberto Venturini

26 Maggio 2021 0 Di Gli Epicurei

Lo sai come funzionano le preoccupazioni? Tu immaginale come una tazzina di caffè. Quanto vuoi che possa pesare una tazzina di caffè? Poco, no? Però, amore mio, se tu tieni la tazzina dieci minuti, la tazzina pesa poco poco che manco la senti. Se la tieni una mezz’ora, il polso inizia a indolenzirsi. Se la tieni per due ore, ti formicola tutto il braccio. Se la tieni tutto il giorno, la mano ti fa talmente male che la tazzina casca e si rompe. Allora, Marcolì, qualsiasi cosa ti succeda, quando nun je la fai più, prima di romperla, tu poggiala per un po’ sul tavolo, anche per poco tempo, la tazzina di caffè, e pensa a una cosa bella.

Ne L’anno che a Roma fu due volte Natale (edito da SEM), Roberto Venturini racconta di un’impresa folle che si risolve in una tregua con sé stessi, con il proprio dolore, con la propria vita. E non si tratta di una tregua facile, o di un qualcosa che cambia la vita, o la percezione della stessa, e neanche di un qualcosa che risolva conflitti di anni o una luce che illumini un percorso; la tregua raccontata da Venturini è una boccata d’aria, una pausa brevissima e indeterminata che non fa altro che chiarire lo stato delle cose.

Che poi la cosa veramente ganza del romanzo è che la storia (tre disperati, spinti dal desiderio della madre di uno di loro, decidono di trafugare le spoglie di Raimondo Vianello per ricongiungerle a quelle di Sandra Mondaini) è raccontata con leggerezza, con una commozione tale da togliere il fiato, attraverso diversi personaggi che si ritrovano a vivere delle vite in stato d’abbandono, vite segnate, vite portate avanti per inerzia dopo un passato più o meno ricco e glorioso, vite prive di punti di riferimento.

Ma poi, alla fine, pensandoci neanche troppo bene, un riferimento c’è, ed è una stella polare ovvia, banale, bellissima, infinita: l’amore. Perché l’impresa folle di Marco, Er Donna e Carlo è un atto d’amore verso l’ultima richiesta di Alfreda, una donna ferita a morte dalla scomparsa del marito, che vive dì allucinazioni e che anela alla riunione delle spoglie dei due attori per ristabilire un qualcosa come dovrebbe essere, alla faccia della vita e delle mazzate che può dare, è semplicemente un atto d’amore puro, assoluto, totale.

Angela gli raccontò che avevano tre figli e quattro nipoti, che il marito da ragazzetto, dopo la guerra, aveva aperto un banco di frutta e verdura al mercato Andrea Doria, poi le cose erano andate bene e avevano spostato l’attività in via Alessandria. Disse che avevano lavorato tanto sia lui che lei, quanto avevano tribolato, ma l’agiatezza in vecchiaia se l’erano goduta tutta e «mo’, quando sarà, so’ contenta perché me ne moro de rivedello».
Non era nostalgia del passato; lei anelava al futuro, e l’esercizio di rievocazione della vita trascorsa era carico di un impulso che alimentava la tensione al ricongiungimento.

C’è questa concezione del tempo alterata dal sentimento, dalle privazioni, dalle cose della vita, e soprattutto da un ambiente, da un contesto, quello della periferia romana, che pare non lasciare scampo alcuno, riferito solo a sé stesso, sbarrato sotto tutti i punti di vista; e, tuttavia, vi troviamo una poesia, una sensibilità di una pienezza tale da riuscire a rendere il nucleo più puro del sentire umano, quel senso di comunità, di famiglia, dato da un sentire puro, semplice ed elevatissimo; e la freschezza che ne riverbera è resa da Venturini con un rispetto, una pietà e unagentilezza che scartavetrano il sentire di chi legge, e più volte gli suscitano un sorriso.

Prima di riaccostarsi alla guancia della madre, la guardò un momento in volto e gli scoppiò in testa una cosa enorme, talmente grande che non ci stava tutta in un tempo così piccolo, poiché quelli non solo non erano occhi di una persona vigile che guarda un posto specifico e noto a tutti: erano occhi che puntavano all’universo suo proprio.
Poi il battito del cuore nell’orecchio premuto nuovamente contro quello di lei, le pulsazioni del sangue nelle vene delle mani che lo sorreggevano a fatica, la resistenza delle palpebre sbarrate dalla curiosità, tutto – che era un tutto grande come quello che gli era scoppiato in testa – tornò a risuonare.

La bellezza, quella vera, viene da dentro le cose, le scardina, e le riempie di senso.
A prescindere da tutto.

(laChiara)