Beata gioventù: “Max” di Sarah Cohen-Scali

Beata gioventù: “Max” di Sarah Cohen-Scali

11 Maggio 2021 0 Di Gli Epicurei

PREMESSA: Occhio, questo commento contiene spoiler, ma questi spoiler non rovineranno la lettura: alla fine, in questo caso come in molti altri, non importa il cosa ma il come. E qui il come è notevole.
E poi ci sono una montagna di sorprese e colpi di scena che non vi dico.
Cominciamo.

Conosciamo Max poco prima della sua nascita, quando si prepara ad uscire dal ventre di sua madre e ad affrontare il mondo. Siamo nel 1938, e Max è il primo frutto di un programma genetico che vede protagonista il meglio del meglio della razza ariana, chiamata a generare i futuri leader del partito nazista, leader che governeranno il mondo. Max non è ancora nato ma vuole essere il migliore. Vuole nascere nel giorno del compleanno del Führer, vuole servirlo, e già lo serve nel migliore dei modi.

È esattamente ciò che voglio: essere flessuoso, slanciato, agile, duro, coriaceo. Morderò invece di poppare. Urlerò invece di balbettare. Odierò invece di amare. Combatterò invece di pregare.

È Max stesso che ci racconterà la sua storia, che comincia prima della sua nascita e termina quando ha nove anni e mezzo, davanti a un’infermiera americana, ed è una storia assurda, un romanzo di formazione assoluto, che comincia con una fede cieca e si conclude con il crollo di ogni certezza, ovvero con il primo passo verso la crescita. Con il riconoscimento del male, quel male che è stato fatto al mondo, che è stato fatto a noi, e che noi non riconosciamo perché è semplicemente troppo.

Leggiamo la storia di Max non tanto con la curiosità di come andrà a finire a livello di trama, ma piuttosto affascinati da questo carnefice consapevole e innocente, frutto di un’aberrazione e convinto di essere il meglio, che viene compatito da coloro da cui vuole essere ammirato, talmente rinchiuso nel suo alveo e nei suoi dogmi da non vedere, non capire, non immaginare. Tutta la vita di Max rientra in schemi, misurazioni, parole in codice, ma soprattutto fede cieca, dedizione totale, amore assoluto e implacabile.

Ho già visto delle SS fucilare di polacchi quando giocavo al cecchino nella casa bombardata di Poznań, dopo la sparizione di Bibiana. Ma era dalla finestra della soffitta, all’ultimo piano. Dall’alto, i polacchi e i soldati parevano piccoli piccoli, come statuine, come giocattoli. Il sangue sui muri somigliava a vernice.
Gli schizzi di sangue non finivano addosso a me.

Il fatto è che vivere significa necessariamente sporcarsi, a prescindere da tutto. Per certi versi, Max (scritto da Sarah Cohen-Scali e pubblicato da L’ippocampo) è un romanzo di crescita come ce ne sono mille, che racconta la costruzione di un individuo, il farsi la propria storia, il cercare un senso tra quello che si sa e quello che si scopre; dall’altro, però, è anche la storia di un’ideologia che si scontra con il reale, con i corpi, con i sentimenti e gli affetti, con la Storia e con un sacco di storie. L’onniscienza di Max si sgretola come le sue convinzioni, la sua vita si complica, le cose accadono, il dolore lo scalfisce.
Max cresce, impara, rielabora la sua storia, la racconta.
E ci fa capire che ogni cosa è molto più complicata, e al contempo più semplice, di quanto possiamo immaginare.

(laChiara)