L’idraulico sbagliato

L’idraulico sbagliato

7 Maggio 2021 0 Di Gli Epicurei

Oggi – in un momento di noia e riflessione, spesso collegate – mi torna alla mente un episodio che vi voglio raccontare, non senza stupore e smarrimento.
Io e Dany ci eravamo da poco trasferiti in una casa in affitto. Il nostro primo e unico affitto, peraltro; giovani. Ingenui. Inesperti.
La casa era molto bella, un appartamento rimodernato nonostante fosse stato costruito parecchi anni addietro.
A parte la caldaia che ogni tanto tossiva, era tutto perfetto.
Poi, un giorno, accadde una cosa che credo sia umanamente successa a qualunque essere umano di qualunque parte del mondo, eccetto quelli che usano ancora i vasi da notte: si intasò il gabinetto.
Nulla di così grave, in pratica Dany per sbaglio ci aveva gettato dentro un foglio di scottex (che, al contrario della carta igienica, è fatto per resistere e tenere il più possibile). Sicché decidemmo di chiamare questo idraulico; di cui non farò il nome, perché altrimenti i suoi futuri clienti potrebbero decidere di fuggire come formiche dal sale.
Lui rispose al telefono e, molto occupato, disse che entro la mattinata avrebbe mandato a casa un suo assistente.
Tutto tranquillo, penserete voi.
Lo pensavo anche io.
Orbene, Dany era al lavoro, mentre io ero rimasta a casa proprio per aspettare questo tizio, che per comodità d’ora innanzi chiameremo Adelchi. Perché è un nome bello, importante, ci sta; e voglio creare un ossimoro con la sua vera figura.
A una certa ora, suonò il campanello. E si presentò alla porta un individuo alto, sciatto, coi capelli lunghi e stopposi legati in una coda, assolutamente privo di una valigetta di qualunque sorta. Di solito gli idraulici dovrebbero averla, giusto? Adelchi entrò in casa e mi disse che aveva dimenticato gli strumenti del mestiere, e se per favore avessi avuto dei guanti da prestargli.
Sì, certo, li avevo.
Quelli da cucina, nuovi, ma pazienza, li avrei ricomprati. Così gli diedi i guanti, lui si diresse in bagno a passo ciondolante e iniziò a ispezionare la situazione. Io, nella stanza accanto, sentii lo sciacquone venire tirato più e più volte.
E ancora.
E ancora.
Ma ogni volta che lo tirava, l’acqua dello scarico saliva, fino a che non iniziò a strabordare dalla tazza. Adelchi mi chiamò, e quando mi affacciai mi sembrava di vedere al posto del bagno la fontana Maggiore di Perugia. L’acqua colava sul pavimento, allargandosi, e non aveva alcuna intenzione di fermarsi. Il problema era che a forza di tirare lo scarico – e qui perdonatemi, perché dovrò usare parole forti; i deboli di cuore sono pregati di astenersi – aveva cominciato a salire, oltre che all’acqua, ogni residuo rimasto di recente nelle tubature da qualche giorno a quella parte.
Adelchi, con aria assolutamente impassibile, mi chiese se avessi un bastone, un asciugamano e dello scotch.
Io vi giuro che non avevo assolutamente capito che cos’avesse intenzione di fare. Obbedii e gli portai quello che aveva chiesto, ma senza davvero immaginare la sua idea, un po’ come se un assassino mi avesse chiesto un uovo, uno scolapasta e un cappello, totalmente a caso, per uccidermi. Recuperai un manico di scopa, dello scotch americano bello forte e un cencio malandato dal cassetto della cucina.
Quando Adelchi vide il tutto, mi disse che lo straccio non andava bene e che serviva qualcosa di più grande. Io allora sacrificai uno degli asciugamani del mio corredo nuovo, ancora profumati di lavanda, rosa e con tanti ricami… glielo diedi a malincuore, però andava bene tutto, purché quella situazione si risolvesse.
Allora tornai in salotto e lo lasciai a risolvere il casino che aveva creato. O quantomeno, speravo che lo risolvesse. Speravo di tornare in bagno e di vedere il flusso interrotto, il pavimento pulito come prima che Adelchi entrasse e magari il wc aggiustato.
Improvvisamente iniziai a sentire un rumore strano. Un rumore inequivocabile.
Squosh, squosh, squosh.
Ma che cacchio stava facendo?
Decisi di ignorarlo, ma anche cercando di fare qualsiasi altra cosa, quel rumore continuava a echeggiare dal bagno.
Squosh, squosh, squosh. Allora decisi di andare a vedere cosa stava succedendo, e io vi giuro, nessun resoconto di guerra e devastazione può esser da meno di quello che vidi: Adelchi aveva avvolto l’asciugamano su un’estremità del bastone, e lo aveva legato stretto con lo scotch. Si era creato una sorta di spazzolone gigante per il gabinetto e lo stava sturando con una tale violenza che sembrava uno stupro.
E l’acqua volava ovunque, ma non soltanto acqua; era riuscito, non so come, a far schizzare residui organici fin sul soffitto e su tutte le pareti, che Jackson Pollock poteva solo impallidire, a suo confronto.
Era tutto ricoperto di merda.
Letteralmente.
La vasca da bagno, la lampada a muro, perfino l’oblò della lavatrice. Non so come avesse fatto. Comincio perfino a dubitare che fosse un vero idraulico, fatto sta che io ero senza parole – ora ne avrei parecchie – ma fiduciosa che forse tutto questo inferno sarebbe servito a qualcosa.
E poi, poi avrebbe ripulito.
No?
No.
Alla fine Adelchi, con la solita impassibilità, mi disse che proprio non c’era verso di tirare fuori quello scottex e che bisognava chiamare lo spurgo. Forse, se avevamo fortuna, sarebbero venuti il giorno stesso o al massimo il giorno dopo.
Mollò guanti e spazzolone gigante sul pavimento, e disse che aveva altri appuntamenti e che quindi doveva andare (immagino solo in che condizioni si sarebbe presentato a questi altri appuntamenti; almeno l’attrezzatura l’avrebbe portata?).
Quindi, come ultimo cenno di saluto, decise di uscire calcando lungo tutto il corridoio una serie di impronte sporche fino alla porta d’ingresso.
Io ricordo solo che mi misi a piangere, dopo la sua visita. E chiamai Daniele senza saper bene spiegare la situazione, del perché questo tizio si fosse presentato senza strumenti e ci avesse smerdato la casa.
In ogni caso, fortunatamente riuscimmo a trovare delle persone che risolsero il nostro problema – lo risolsero per davvero! – e tutto tornò lindo e pinto com’era prima, ma ogni tanto non posso fare a meno di ripensare ad Adelchi.
A dove sia oggi, a cosa stia facendo, e soprattutto quale sia il motivo che l’ha condotto a fare quel tipo di lavoro.

(Federica Bertellotti)