No future: “Estetica del malessere. Il nero, il punk, il teschio nei paesaggi mediatici contemporanei” di Claudia Attimonelli

No future: “Estetica del malessere. Il nero, il punk, il teschio nei paesaggi mediatici contemporanei” di Claudia Attimonelli

9 Aprile 2021 0 Di Gli Epicurei

“Yes that’s right, punk is dead” urlavano i Crass nel plumbeo inverno de ’78 “it’s another cheap product for the costumer head”.
Il punk non è morto!
Il punk è uno stato d’animo, un’idea, e le idee non muoiono mai.
Ma questa è una visione troppo personale, un atteggiamento romantico, e forse non ci credo neanche io.
Il saggio di Claudia Attimonelli Estetica del malessere. Il nero, il punk, il teschio nei paesaggi mediatici contemporanei, pubblicato da Derive Approdi edizioni, è un’ opera ricca di suggestioni, spunti, una lettura che ti fa venir voglia di saperne di più.
La prima riflessione a cui mi ha portato è come tutta questa attrazione per il nero, lo stonato, lo strano, il divergente, l’osceno sia prerogativa di un segmento di società benestante, bianca, acculturata e di sesso maschile.
All’interno di questa società ricca negli anni ’70 si sono create delle sacche di malcontento alla ricerca di identità.
Emerse un diffuso sentimento rabbioso, insieme all’urgenza di auto-rappresentazione, una sorta di “edonismo represso”, che è in se stesso un evidente ossimoro.
La depressione è di solito caratterizzata l’incapacità di provare piacere, in questo caso la ricerca di piaceri effimeri e perversi (sesso, droga, violenza, musica rock) diventa un vero e proprio mezzo di autorappresentazione.
I famosi “15 minuti di celebrità” vissuti negli anni ’70 con furia e fame, non sono altro che quelli sbiaditi che vediamo ogni giorno su TikTok, o sulle storie di Instagram, dove effetti, gif, brandelli di musica diventano effimere epifanie di un narcisismo affannoso.
Nel punk la ricerca di una vita pulsante, animalesca e dionisiaca si alterna a simboli di morte, il cuore e il teschio convivono.
L’iconografia del teschio sopravvive ai secoli ai contesti alle mode fino a diventare una maschera.
E se il teschio è la maschera, l’abito nero ne diventa il costume.
Il nero è un simbolo polivalente, segno di distinzione o lutto, nero del sacerdote, dell’alchimista, ma anche nero come sporco e difforme, il reietto, il vampiro, il motociclista.
Il nero è il colore del bondage e del sadomaso.
Del fascismo.
Uniforme del lusso, “petite robe noir”, come ci insegna Chanel.
Nero è il colore dell’anima.
“Paint it black”, coloriamo di nero la divisa che incarna l’estetica del malcontento.
Il punk non fu, non è, solo musica, solo moda, solo posa.
È un ruggito, un rantolo, un afflato.
In questo saggio si tenta di definirlo, storicizzarlo, ma secondo me rimane e deve rimanere un qualcosa di impalpabile, qualcosa che sai cos’è, ma non sai descrivere fino in fondo.
Forse avevano ragione i Crass: il punk è morto nel momento esatto in cui si è cercato di definirlo.

(Francesca Maggi)