Confessione

Confessione

7 Aprile 2021 0 Di Gli Epicurei

Spiarla era diventata la mia ossessione: ogni mattina il mio unico proposito era quello di uscire per spiarla.
Dato che questa è la mia confessione voglio che sia completa, quindi, nel caso si stia chiedendo, Signor Commissario, che cosa io faccia nella vita e chi sono, le voglio subito rispondere: mi sopravvivo. Pensa che la stia prendendo in giro? Lo capisco da come mi sta guardando, dal cipiglio che ha in questo momento, Signor Commissario.
Sicuramente il suo fascicolo conterrà tutte le informazioni che le servono per capire chi sono e che lavoro faccio, ma mi preme raccontarle tutto nel minimo dettaglio, d’altronde è la mia confessione, lei è tenuto ad ascoltarmi, Ahimè! Quasi mi dispiace per lei.
Comunque, dicevo, questa è la vera risposta: mi trascino a stento, ogni giorno, verso un domani uguale, che si trova ventiquattro ore innanzi a me. Ci tengo a dare la mia versione, perché in quella cartella zeppa di fogli non c’è scritto chi sono, almeno non chi sono veramente.
Mi chiamo Giovanni Della Pia (già lo sa, ma voglio presentarmi ufficialmente) sono disoccupato, un essere senza significato in questa società: non consumo né produco; sono fuori dagli schemi, possiamo metterla in questo modo.
Sono il figlio indesiderato dello Stato sociale, che ha fallito sonoramente anni fa, il suo prodotto di scarto, sopravvissuto al suo declino, insomma, campo sulle sue spalle.
I miei genitori sono morti quando ero piccolo, lei lo sa, l’ha letto nel fascicolo; fino a diciotto anni ho percepito la pensione che loro avevano pagato scrupolosamente, dopodiché, mi sono arrangiato: lavoretti qua e là, sussidio di disoccupazione, reddito di cittadinanza.
Faccio fotografie, sì, è la mia vocazione personale. Peccato che nessuno abbia mai trovato valore nel mio lavoro fotografico. Una vera delusione. Non che volessi farci soldi, anzi, il mio più grande desiderio era affermarmi e trovare uno scopo cui dedicare la mia vita, purtroppo non è andata così.
Pertanto mi limito a fotografare matrimoni, comunioni, cresime, compleanni, capodanni, quando mi capita, tutto in nero, ovviamente, sennò perdo il sussidio. Ogni tanto mi chiamano quelli del Centro per l’impiego e mi offrono un lavoro; in poche parole mi dicono o accetti questa offerta oppure addio sussidio. Così faccio anche altri lavoretti: pulisco uffici, svuoto magazzini, tutto ciò che c’è da fare; la settimana scorsa ho trasportato catrame bollente. Questi impieghi però sono brevi, inevitabilmente devo tornare dai miei amici del Centro.
Ebbene si, Signor Commissario, non rubo e non spaccio, non sono legato a nessuna attività criminale, sarebbe normale aspettarsi un certo stile di vita da uno che ha fatto quello che ho fatto io, giusto? Peccato che lei non abbia fiducia nell’umanità.
Io ho provato a farmi strada nel modo corretto, quello convenzionale: ho studiato al liceo, ottimi voti. Parli con uno qualsiasi dei miei professori: se mi ricordano ancora, le diranno che ero un tipo discreto, educato, un po’ timido ma facevo sempre il mio dovere, magari le diranno che a volte ero anche brillante!
Le dispiace se mi da una sigaretta? Ah, non si può fumare? Mi scusi, è che sono bloccato in questa camera da dodici ore e soffro la mancanza di nicotina. Bella stanza comunque, mica come uno se lo aspetta! Sa, nei film, queste stanze sono sempre grigie e illuminate da tubi al neon che penzolano dal soffitto, ci sono sempre tavoli di alluminio, freddi, e delle sedie, qui invece l’atmosfera è solo scadente! Una finestra, sbarrata, giustamente, l’unica cosa di ferro.
Mi perdoni le divagazioni, oltre all’assenza di nicotina sento quella di parlare con una persona, per me è raro trovare qualcuno che mi dia attenzione, devo confessarle, tre le altre cose, che avrei voluto farmi ascoltare in altre circostanze! Ah ah ah! Mi scusi ancora.
Le dicevo, io ho fatto tutto come si deve: diploma e poi stage e apprendistato infiniti: lavoravo con tutta la buona volontà che avevo in corpo, non mi lamentavo mai: né per gli orari, né per la paga, né per il fatto di essere trattato come l’ultimo degli ultimi! Ogni volta però la stessa frase, formulata in modo diverso ”Ci dispiace ma non c’è abbastanza domanda sul mercato non possiamo permetterci un’altra risorsa” oppure ”Lei è in gamba, ma in questo momento l’azienda non può assumere altro personale, le scriveremo comunque una lettera di referenza”. Io rispondevo sempre con un grazie e un’energica stretta di mano, accompagnando tutto con un sorriso della bonomia più stupida.
In realtà morivo lentamente, una metastasi, ecco cosa era diventata la mia vita. Questo cancro mi marciva dentro, nell’anima, ma io ancora non lo sapevo. Così un giorno, tornato da l’ennesimo colloquio di addio, mi sono steso sul letto, ho chiuso a chiave la porta della camera e sono rimasto immobile a fissare il vuoto. È stato l’apogeo della mia esistenza, molto doloroso. Dentro ero un cataclisma di sensazioni negative, scoppiavo di rabbia, tristezza, frustrazione; un commistione letale. Paralizzato, mi trovavo in questa tempesta di emozioni, quando ad un certo punto, arrivato al culmine, ho semplicemente accettato tutto. È stato liberatorio, glielo confesso, tra le altre cose, mi sono deciso ad esistere veramente: io ero nulla e non avevo alcuna importanza.
Lei in questo momento starà pensando che mi sia preso la depressione, ma no, quella già ce l’avevo avuta, e per tanti anni! E niente l’ha curata, se non questo rifugiarmi nell’ipogeo del niente.
Vede, è a partire da quel momento, che ho iniziato a vivere.
Dunque ho smesso di correre dietro alla vita e verso la meta che tutti cercano di raggiungere, ho deposto le armi e come le dicevo poc’anzi, ho iniziato a sopravvivermi. Mi svegliavo ogni mattina leggero come una piuma, con la consapevolezza di essere solo un granello di sale nell’oceano, tutto filava liscio. Facevo dei lavoretti per campare e il resto veniva da sé. Non tutto era edenico, s’intende, mi mancava qualcosa, avevo un vuoto dentro che mi straziava, e ancora di più mi tormentava l’ignorare la causa di questo vuoto e il modo per colmarlo.
Il tempo scorreva e io mi trascinavo, quando, un giorno, ebbi una vera e propria folgorazione, la vidi al portone d’ingresso del palazzo in cui vivo, parlava con una donna – venni a sapere poi che si trattava della proprietaria dell’appartamento di fronte al mio -, stringeva tra le braccia incrociate la sua borsetta nera, indossava un vestitino leggero, estivo, bianco, con una fantasia floreale, i capelli lunghi e sciolti le cadevano sulle spalle, voluminosi; il sole la illuminava e tutta la sua figura era contornata da un alone chiaro e lucente. Me ne innamorai subito. Si chiamava Francesca ed era la mia nuova vicina di casa.
Capii cosa mi lacerava l’anima: la mancanza d’amore. Avevo bisogno d’essere amato. Vede Signor Commissario, avevo raggiunto una sorta di compromesso con la vita, un equilibrio, e all’improvviso mi cade addosso questa tremenda cosa dell’amore! Ero confuso, agitato, non sapevo cosa fare.
Qualche giorno dopo il nostro primo incontro, la vidi nuovamente, affaccendata sulle scale, stava facendo il trasloco. Ho colto subito l’occasione e mi sono offerto di aiutarla – non avevo nulla da fare in ogni caso. Abbiamo passato tutto il pomeriggio insieme, a fare su e giù, carichi di scatoloni e buste; abbiamo fatto conoscenza. Ah! Che voce angelica che ha Francesca, non se lo immagina. È gentilissima, è una di quelle persone nata con la nobiltà d’animo, come si dice. Non abbiamo parlato molto, lei era molto indaffarata, doveva sistemare tutto e scegliere la disposizione dell’arredamento. La sera, verso le otto, a trasloco terminato, mi ha ringraziato di cuore e ci siamo dati la buonanotte. Una volta a casa, mi sono steso sul letto, con le braccia incrociate e guardavo imbambolato il soffitto, non può capire come mi sentivo leggero! Non avevo fame, né sete, né sonno, desideravo solo lei. Non ricordo quante ore ho passato a fantasticare sdraiato su un possibile futuro con lei, mi sono addormentato, credo, a notte fonda, gli occhi mi si sono chiusi da soli.
La mattina seguente ero carico a pallettoni, sprizzavo vitalità!Dovevo andare a lavorare – uno dei soliti impieghi temporanei – e ci andai con l’anima felice. Lavoravo col pilota automatico, i miei pensieri andavano a Francesca e pregustavo il nostro prossimo incontro, quando l’avrei rivista? Decisi che appena tornato sarei andato a bussare alla sua porta, con un vassoio di pasticcini, per darle il benvenuto ufficiale.
Corsi a casa e salii le rampe di scale in fretta, avevo smania di rivederla. Giunsi alla sua porta, mi rassettai un attimo, mi diedi una pettinata ai capelli con la mano e suonai il campanello. Dall’altro lato sentii i suoi passi leggeri, mi aprì e mi accolse con un sorriso, le risposi sorridendo di rimando anche io. Chiacchierammo: il tempo volò, il sole era tramontato e fuori era buio, non mi accorsi che era già ora di cenare. Mi invitò a restare e accettai, mi stava regalando una giornata meravigliosa. Parlammo ancora e le raccontai un sacco di frottole. Lo so, Signor Commissario, non è il miglior modo per iniziare, però deve capire la mia posizione: da poco avevo accettato la mia completa inutilità in questo mondo e all’improvviso era piombata nella mia vita questa figura angelica! Qualcosa mi dovevo pur inventare. Non che Francesca fosse un tipo venale, o una di quelle donne che da importanza al che lavoro fa una persona, però io avevo una sola occasione e me la dovevo giocare bene, dovevo risultare interessante. Così le raccontai che ero un fotografo freelance per varie riviste di moda e di natura; insomma mi calai nei panni dell’artista bohémien che vive alla giornata, credo che a lei piacque. Francesca invece studiava, era all’ultimo anno della facoltà di Lettere moderne, mi parlò della sua passione per la scrittura e promise che mi avrebbe fatto leggere i suoi scritti, accettai con gioia. Si fece tardi, la notte era silenziosa, per non far trasparire l’emozione che mi esplodeva nel petto mi congedai. Rimasi sveglio fino all’alba, dormire mi sembrava uno spreco di tempo, volevo ripercorre ogni istante di quella giornata: le parole dette, i gesti, gli sguardi. Ero perso, ne ero consapevole, e mi andava bene, in quel momento la mia unica ragione di vita era essere amato da Francesca.
Da conoscenti diventammo amici, avevo sperato in un amore fulmineo ma, purtroppo, non fu così, non che la sua amicizia inizialmente non mi andasse bene, ma il mio obiettivo era qualcosa di più intimo e speciale.
Passammo meravigliose giornate: al parco le facevo foto, a lei piaceva, era il centro della mia attenzione; bevevamo tè al suo caffè letterario preferito, mi parlava dei libri che stava leggendo e dei suoi progetti futuri; avevamo un legame, c’era sintonia.
Nella mia vita aveva fatto capolino la tranquillità, quella che ti fa dormire sereno la notte, che ti da energia per tutta la giornata, pensavo che la felicità non fosse solo una cosa scritta nei libri o che si vede nei film, mi convinsi che esisteva sul serio e aveva un nome: Francesca.
Arrivò però la fine dell’illusione, un giorno, mentre passeggiavamo, cominciò a parlarmi di un ragazzo conosciuto all’università. Per tre ore mi raccontò per filo e per segno ogni dettaglio, erano continue pugnalate al cuore.
Risultò che ne era innamorata, che sentiva nei suoi confronti una alchimia unica, l’aveva invitata a cena fuori e lei vibrava nell’attesa di quell’appuntamento.
Per me fu una tragedia. Crollai. Feci ritorno alla mia vita prima di Francesca, il nulla più totale.
Ma signor Commissario, non mi arresi. Pensai, magari è una cosa passeggera, dopo il primo appuntamento forse cambierà idea, non le piacerà poi così tanto questo ragazzo; mi dicevo, vedrai, il destino farà il suo dovere, tu avrai Francesca, te la meriti.
Non potevo starmene con le mani in mano, decisi che l’avrei seguita, così, Signor Commissario, iniziai a spiarla.
Arrivò la sera dell’appuntamento. Mi accostai alla porta e presi a guardare il pianerottolo dall’occhiello, aspettando il momento in cui Francesca sarebbe uscita. Sudavo freddo. Dentro di me c’era una voce che mi rimproverava, che mi diceva di tornare alla normalità, che tutto questo era l’inizio della fine, che avrei perso Francesca. Per un attimo le diedi ascolto, quasi feci dietro-front, poi pensai a tutto ciò che desideravo, all’importanza di Francesca nella mia vita. Non potevo far finta di nulla, lasciarmela scappare, io ero l’unico che la meritava, che l’amava veramente.
Dopo minuti di febbricitante attesa, scorsi Francesca, era bellissima, come sempre. La gelosia divampò e mi fece bruciare lo stomaco, gli occhi mi si gonfiarono di lacrime. Quanto avrei voluto essere il destinatario di tutta quella bellezza! Ricevere la chiave del cuore di Francesca! Dove avevo sbagliato? Perché non mi amava? Mi risposi che lei era troppo per un avanzo come me.
Francesca scese le scale e non appena fu uscita dal palazzo mi lanciai all’inseguimento. La strada era illuminata a macchie arancioni dalla luce dei lampioni lungo il marciapiede, la sera era umida. Francesca camminava e un’aura di felicità la circondava, lo percepivo. La seguivo dal marciapiede opposto, a debita distanza.
Giunse ad un ristorante, il ragazzo era già arrivato. Si salutarono calorosamente e notai l’imbarazzo di entrambi, quella tensione che c’è tra due persone che si piacciono. Entrarono. Rimasi all’esterno, seduto su una panchina, fortunatamente il tavolo loro riservato si trovava di fianco alla grande vetrata lucida del ristorante, potei osservali per tutta la cena. Si scambiavano sorrisi e occhiate d’intesa, l’appuntamento pareva procedesse nel migliore dei modi. Era la fine di ogni mia speranza.
Mi accorsi che pioveva quando ormai ero fradicio, la realtà che mi circondava non esisteva, rattrappito sulla panchina, mi contorcevo dal dolore.
La cena era finita, uscirono e si congedarono con un bacio, fu il colpo fatale. La ferita pulsante che sputava sangue fu dilaniata definitivamente. Francesca tornò a casa in macchina, accompagnata dal ragazzo. Mi trattenni sulla panchina, paralizzato, non avevo un briciolo di forza per muovermi. Non ricordo Signor Commissario quanto tempo restai lì, davanti al ristorante, rammento solo che ad un certo punto ero a casa e che mi addormentai con indosso i vestiti zuppi.
Il giorno successivo incontrai Francesca, le dovevo restituire un libro che mi aveva prestato. Mi raccontò estasiata della sera precedente. Ingenua! Non sapeva che mi uccideva con ogni parola!
Iniziò a vedersi con più frequenza con Marco – così si chiamava il delinquente che mi aveva rubato l’amore -, tutto andava a gonfie vele. Si fidanzarono. Divenni il testimone della loro felicità. Li spiavo ad ogni occasione. Mi camuffavo alla bene e meglio e li seguivo. Ero diventato dipendente della loro idilliaca felicità; era come una droga, non potevo farne più a meno.
Signor Commissario, avevano tutto, erano fatti l’uno per l’altra, e poi c’ero io, solo e dimenticato. Cominciai a provare risentimento, ero furioso con la vita e con lei, la gelosia mi consumava.
Inevitabilmente la nostra amicizia cambiò. Francesca si era accorta del mio cambiamento repentino, all’inizio decise di far finta di niente, ma alla fine affrontò la situazione.
Mi chiese cosa avevo, perché mi ero allontanato. Mi domandò della mia improvvisa freddezza nei suoi confronti. Mentii. Le risposi che era un periodo difficile a causa del lavoro, lei annuì con una sfumatura di dubbio nell’espressione del volto. Aveva intuito che le stavo raccontando una menzogna, aveva capito che la ragione del mio comportamento era l’amore che provavo per lei, l’andare in frantumi di ogni sogno che avevo nutrito, la delusione di non essere corrisposto.
Credo che provò un senso di colpa. A quel punto i nostri rapporti si congelarono, smettemmo di vederci, ci incontravamo di rado, sulle scale o all’ingresso del palazzo, ci scambiavamo dei freddi saluti.
Io però continuavo a spiarli, come ho già detto, era una droga, mi facevo iniezioni della loro felicità.
Un pomeriggio quasi mi scoprirono. Mi spaventai a morte. Le confesso Signor Commissario che non ero molto lucido. Ah si? Francesca aveva presentato un esposto alla polizia? Proprio in quel periodo? Si lamentava del mio comportamento strano e temeva per la sua incolumità? Se ne era accorta allora, immaginavo. Avete cominciato a indagare su di me da quel momento? Capisco.
Comunque la situazione era diventata intollerabile: avevo perso il sonno, l’appetito, la voglia di vivere, ero impazzito. Sragionavo : l’equilibrio che a fatica avevo trovato era andato a farsi friggere, mi ero gettato nel burrone, ero in caduta libera.
D’altronde era anche colpa mia: avevo creduto nella felicità, mi ero messo nelle mani del destino e abbandonato alla tempesta dell’amore, su di una barca senza remi. Mi aveva rigurgitato sulla riva dell’isola deserta della mia vita. Ero colpevole.
Decisi che avrei posto fine a tutto: li avrei ammazzati e poi mi sarei tolto di mezzo pure io, tanto non valeva più la pena di vivere. Sì, Signor Commissario, lo confesso, volevo ucciderli, non sopportavo la loro felicità, perché loro potevano avere tutto? Perché io non potevo ambire neanche a un briciolo di quella normalità così confortante? Tutta la mia vita è segnata da mediocrità e fallimenti, solitudine e tristezza. Lo scriva, lo confesso, nella piena disponibilità delle mie facoltà: volevo farli fuori.
Mi faccia finire, mi faccia concludere la mia confessione, poi potrà disporre di me come vuole Signor Commissario.
Attesi la sera giusta: Francesca usci di casa, prima di cena, la segui, ormai ( pensavo) ero diventato un pedinatore professionista. Si incontrò con Marco e passeggiarono lungo il fiume, si tenevano per mano e camminavano tranquilli, inconsapevoli della disgrazia che gli stava per cadere addosso.
Tremavo da quando ero uscito di casa: la mia coscienza, o quello che ne era rimasto, combatteva strenuamente contro l’istinto omicida, cercava di dissuadermi con tutti gli argomenti possibili, ma mi forniva solo false speranza e menzogne, la mia risoluzione era definitiva.
Barcollavo sul marciapiede, mi appoggiavo agli alti eucalipti che svettano sul lungo fiume, quasi vomitai. Non era disgusto per me stesso e per quello che mi accingevo a fare: piuttosto erano le scorie, gli effetti collaterali di quella droga che era il loro amore. Ero arrivato al limite. La testa mi pulsava e la gente che incrociava il mio cammino si scostava impaurita, immagino che avessi una faccia spaventosa: il volto grigio e gli occhi gonfi, esorbitanti dalle orbite.
Francesca e Marco si apprestavano ad attraversare un ponte solitario, era il momento giusto: nella tasca destra del cappotto stringevo il manico di un grosso coltello da cucina, ero pronto ad aggredirli con tutta la rabbia accumulata durante quei mesi, sudavo, li avrei sorpresi alle spalle. Mi accinsi ad attraversare la strada, loro si trovavano già sul ponte, stavo per raggiungerli e poi, Signor Commissario, lei lo sa bene, mi avete fermato.
Al principio ho pensato che fosse un altro scherzo del destino, un’altra testimonianza del mio fallimento. Invece lei mi dice che mi tenevate d’occhio già da un po’ di tempo, bene, adesso capisco.
Signor Commissario, questa è la storia, la mia confessione, adesso faccia di me quello che vuole, dica al Pubblico ministero che sono colpevole, totalmente colpevole. Buttatemi in una cella e dimenticatevi di me, ci sono abituato. Non l’ho deciso, la vita mi ha spinto a tanto, non capisce? Ogni criminale si giustifica, vero? Non mi interessa, adesso finalmente potrò ritrovare la mia pace, il mio equilibrio, vivere secondo il destino che è stato scritto per me, continuerò ad essere una nullità.

(Emanuele Ninotti)