Notturno

Notturno

31 Marzo 2021 0 Di Gli Epicurei

Giada sta per raggiungermi, io preparo la terrazza per il nostro appuntamento notturno: dispongo le poltrone e il tavolino di vimini nel modo più armonico possibile, appoggio su di esso una bottiglia di vino bianco perlata da mille goccioline per il calore della notte, accanto, poso due calici di vetro traslucido. Accendo delle candele profumate e sistemo dei freschi cuscini di tela sulle sedute delle poltrone. La notte è carica di umidità, l’odore dell’aria preannuncia un acquazzone estivo.
Scendo al piano terreno, i preparativi ormai sono terminati, Giada arriverà a momenti, non mi resta che aspettare.
Esco fuori, sotto al portico, mi sdraio sulla panca di legno e accendo una sigaretta.
Aspiro profonde boccate di fumo, la piccola brace all’estremità della sigaretta crepita e diventa di un arancione via via sempre più intenso.
Una leggera corrente di aria calda attraversa il porticato e smuove mollemente la pianta rampicante addossata ai muri, i suoi rami infestanti strusciano contro il rivestimento di pietra.
Aspetto e sento lo scorrere del tempo. La sigaretta è diventata un mozzicone, la spengo.
Chiudo gli occhi e mi dico “Il pensiero di lasciarla, di non vederla, forse mai più, mi svuota, mi schiaccia; cosa fare? Dove trovo il coraggio per separarmi da lei?”.
Il cellulare vibra nella tasca, è lei, è arrivata, mi aspetta al cancello. Le vado incontro lentamente percorrendo il lungo viale di ghiaia, scorgo una sagoma sottile.
Prendo la sua mano per condurla sotto il portico di casa. Ci sediamo sul divano a dondolo, in silenzio, lei guarda il cielo notturno, immersa.
Con il piede spingo indietro e l’inerzia ci fa oscillare, come un pendolo.
La cingo con il braccio cercando il suo corpo, ne sento il bisogno.
Carezzo la sua spalla liscia e felinamente le sfioro il collo con l’estremità delle dita.
Chiude gli occhi e volge il viso verso la mia mano; la guardo: il desiderio di averla cresce come la notte attorno a noi, che s’addensa.
I nostri volti si incontrano, vicini, ci ritroviamo a specchiarci l’uno nell’altra.
Mille falene si librano sopra di noi, caotiche, un’illusione ipnotica di ali che morbidamente fendono l’aria; il cielo mi sembra capovolto: un prato blu, rigoglioso di fiori che si muovono sferzati dal vento.
Il suo corpo è adagiato al mio, gioca con la mia mano, intrecciandola con la sua, la esamina: ogni dito, ogni falange, ne guarda il palmo, e scruta le linee che lo solcano, cercando forse cosa ha in serbo il destino per me, se lei ne farà parte.
Ah pacifica notte! Silenziosa e riservata, tutto, sopraffatto dal tuo mistero, quando giungi, s’addormenta, cullato dal tuo buio firmamento ornato di stelle.
La mia mente comincia a immaginare: sono in una città del Nord-Africa con Giada, sulla terrazza di uno di quei palazzi bianchi decorati con geometrie perfette che incutono rispetto perché sono così maestosi nel loro resistere al fuoco del sole africano. Davanti a noi, il deserto, blu. Innanzi a questo spettacolo della natura, alla più spontanea e scenica manifestazione del nulla, io, mi sento più vitale che mai, immortale, per un momento.
Strappato alla stretta del tempo, sfioro l’eternità, è l’amore che colma la vita e con la sua forza mi dona la pace.
Ed eccoci in una città andalusa, d’improvviso, passeggiamo lungo i marciapiedi bollenti. Miraggi esalano illusioni all’orizzonte e le fronde dei poveri alberi gettano ombre frastagliate sul selciato. Città bianca e lucente. La via centrale affollata: caffè, bistrot, edicole, sartorie e farmacie si aprono ai lati del viale e consegnano alla strada un qualcosa di carnevalesco. La carreggiata è larga e può essere attraversata solamente a piedi; in mezzo, un artista di strada: indossa un cappello di feltro fuori stagione, camicia aperta, grigio antracite, sandali consunti, quest’uomo suona la chitarra come se fosse l’unica cosa che conta nella vita. Canta Besame mucho, senza la solita intonazione melensa ma piuttosto con un energia positiva, pura, che sgorga dalle note e dagli accordi; sarà che è mattina, sarà il sole caldo e la gente affaccendata.
Ora siamo circondati da una tormenta di neve, chiusi in una baita di legno scuro. Un cliché. C’è il fuoco rassicurante che scricchiola nel camino. Avvolti in una coperta di lana, abbracciati, ci scambiamo carezze. Fuori il caos, dentro, la tranquillità.
La labbra di Giada mi sfiorano, destandomi dal mio idilliaco peregrinare.
– Allora, ti è arrivata la risposta, ti hanno preso? – mi domanda.
Sì, me lo hanno comunicato stamattina.
Bene, sono contenta per te, congratulazioni.
Grazie”.
Restiamo in silenzio per un po’, non abbiamo il coraggio di guardarci negli occhi o di dire ciò che va detto.
Giada inspira, si prepara a confessare qualcosa che preferirebbe mantenere per sé, si volta e mi dice : ” Così partirai. Devo dirtelo, non posso lasciarti andare senza essere sincera: non riesco ad accettare l’idea che non farai più parte della mia quotidianità, che i luoghi in cui ci siamo innamorati diverranno i simulacri di ciò che abbiamo vissuto, di ciò che siamo. Mi strugge pensarci, ci perdo il sonno e la serenità.
Credi che per me sia facile? Che io sia indifferente a ciò che ci aspetta? Però mi dico che non sarà per sempre, che non è una separazione definitiva. Lo spero con tutto me stesso.
Non basta, sperare non basta. Non posso vivere nell’attesa di averti di nuovo nella mia vita. Se così facessi la mia esistenza non mi apparterrebbe più, sarei un fantasma.
Non ti chiedo questo. Sai che devo partire, è un’occasione che devo cogliere, quante volte ne abbiamo parlato? Ne va del mio futuro, del nostro…- non ho la forza per terminare la frase.
Si ma speravo che questo momento non arrivasse, non fraintendermi, sono felice per te, ma non posso non pensare alle conseguenze, non posso mentire a me stessa e convincermi che tutto andrà bene. Devi essere sincero. Non tornerai più, non ti è mai piaciuta questa città, ti è sempre stata stretta.
Forse hai ragione, forse anche io non riesco ad accettare le conseguenza della mia decisione, sto mentendo ad entrambi. Cosa posso dirti allora? Non conosco ciò che ci aspetta, posso solo sperare che il destino ci riservi un futuro insieme. Io ti amo e non c’è circostanza che possa cambiare tutto questo.
Non capisci che ti stai raccontando una bugia? Potresti scegliere di amarmi, di lasciare che il nostro legame riempia la tua vita. Dentro di te sai che con me, anche qui, in questo posto che detesti, potresti trovare la felicità. Ma no, non ti basta, da tutta la vita che stai inseguendo qualcosa, e ogni volta questo qualcosa è sempre più lontano, forse hai pure dimenticato ciò che desideri veramente…”
Mi alzo dal dondolo e la prendo per mano; ci fermiamo un istante: mi sento confuso e impaurito; la stringo a me e le bacio la fronte, sento il profumo dei suoi capelli.
Ci guardiamo senza parlare, abbiamo capito che ormai è tardi, che dobbiamo affrontare la nostra separazione, tacitamente accettiamo tutte le conseguenze che verranno, non possiamo fare altro.
Saliamo e usciamo sulla terrazza, dinanzi a noi si srotola una macchia nera, è il bosco di pioppi e querce che domina il panorama: ci carezza i volti con il suo respiro e riempie la notte dei rumori degli animali che lo abitano.
Giada brilla colpita dalla luce soffusa delle piccole candele profumate, disposte di modo che illuminassero il giusto; il profumo la inebria e con piacere nota che è uno dei suoi preferiti: vaniglia e monoi.
Sediamo sulle poltrone di vimini, le verso un po’ di vino bianco e assaporiamo in silenzio l’atmosfera notturna.
Accendo una sigaretta;Giada si gira con il corpo nella mia direzione, piega una gamba per stare più comoda e il vestito leggero di lino azzurro si alza, scoprendo la pelle color miele; poggia un braccio sullo schienale della poltroncina e mi guarda intensamente, con occhi sfolgoranti, mi parla senza proferire parola, tanto basta per dirmi che mi ama.
Incapace di mantenere il contatto visivo, tiro l’ultima boccata di fumo e vado verso la ringhiera della terrazza, poggio entrambe le mani sul ferro ruvido, intanto, sento che lei mi sta ancora guardando.
Mi cinge da dietro in un abbraccio, con le mani sottili inizia a sfiorarmi l’addome e il petto, e mi sussurra “Anche io ti amo” come se qualcuno potesse sentire quelle parole misteriose, che significano tutto.
– Promettimi che non finirà, giura che ci rivedremo.
Te lo giuro.
Mi volto, la stringo stretta, sento i suoi seni che premono contro di me, il calore del suo respiro, vedo i suoi occhi lucidi, poco più in basso, le gote vermiglie.
Ci stendiamo sul lastricato caldo della terrazza, facciamo l’amore.
L’alone del sole fa timidamente capolino all’orizzonte, albeggia. Tutto intorno si colora di rosa e azzurro.
Apro gli occhi: il nostro appuntamento notturno è finito, mi chiedo se sarà l’ultimo.

(Emanuele Ninotti)