L’antiutopia. “L’isola che non c’era” di Leonardo Bonetti

L’antiutopia. “L’isola che non c’era” di Leonardo Bonetti

26 Marzo 2021 1 Di Gli Epicurei

L’isola che non c’era, romanzo di Leonardo Bonetti edito da Il ramo e la foglia edizioni, parte come una fiaba e finisce come la fine del mondo, o di un mondo o di tutti i mondi. O forse la fine delle percezioni, o del sentire, o della ricerca della verità.
Bonetti racconta l’utopia non come un orizzonte che si allontana al nostro avanzare ma, appunto, come l’isola del titolo, l’utopia diventa un qualcosa che compare all’improvviso e potrebbe scomparire portando con sé tutti coloro che vi abitano; e ancora più interessante è che gli abitanti non sono altro che persone che fuggono, personaggi inadatti, in un modo o nell’altro, a confrontarsi con il quotidiano. Sognatori, sì, magari romantici o anche simpatici, come il protagonista Leo, ma comunque fiacchi, in cerca di un altro mondo non per inquietudine ma per disadattamento, e allora si può andar lontano quanto si vuole ma da sé stessi non si scappa, e si va da insoddisfazione a insoddisfazione, fino a esaurirsi.

Credo che sia un pozzo molto profondo, comunque. A volte, quando scendo laggiù e mi cade qualcosa – un accendino, che so – non sento alcun rumore dal fondo».
«Scende nel pozzo?».
«Sì, non si sente nulla, laggiù, gliel’ho detto. Gli oggetti cadono, ma io aspetto inutilmente. Si potrebbe dire che la loro sia una caduta senza fine. Ma poi ci sono le mie farfalle e allora…».
«Le sue farfalle? Scende per quelle?».
«No, non proprio. Diciamo che laggiù riesco a distinguere meglio le cose di quassù. Anche se non si vede niente, gliel’ho detto, a parte le farfalle; e comunque varrebbe la pena già solo per questo. Scendere e salire sono un ottimo esercizio dello spirito, oltre che del corpo».

Prima di andare avanti a parlare del romanzo mi sembra doveroso precisare che io il concetto di utopia lo detesto, esattamente come detesto gli utopisti (e anche i distopisti cominciano a starmi un tantino sulle ovaie), perché li trovo gente che ragiona su un contesto rigido e teorico e non sul reale, sprecando inoltre un sacco di energia che potrebbe essere utilizzata per lavorare su di sé (o a fare qualcosa di veramente complesso e creativo) invece che a fantasticare su come dovrebbero (o non dovrebbero) essere le cose.
E dico questo perché quello che più mi è piaciuto de L’isola che non c’era è che l’autore evita di rovesciare la frittata trasformando l’utopia in un incubo, ma si limita a portare avanti l’idea di luogo da sogno libero da capi, politica e avidità per rivelarla come tomba per disadattati senza perdere in coerenza, ma anzi premendo l’acceleratore sulla completa autonomia del posto: il luogo da sogno che cerca di soddisfare le esigenze di ciascuno crolla sotto il peso di tutte le sensibilità, e si rivela triste.

Sa, a sentire i suoi discorsi dovrei convincermi che l’isola ha realizzato una speranza comune. E che già solo questo dovrebbe bastare a rendere felice chiunque.
Eppure, glielo confesso, io non sento crescere in me nessun sentimento del genere. E non lo sento crescere perché, in verità, esso non è presente sull’isola. E nonostante la leggerezza delle cose e degli sguardi. Mi permetta di essere sincero, la prego: a me qui tutto sembra affondare.

Che poi la verità che sta cercando Leo alla fine è proprio questa, ed è sotto i suoi occhi fin dal principio, mostrata dall’autore attraverso uno stile fiabesco, moraleggiante, ironico, volutamente stracarico (ma che diventa asciuttissimo nei capitoli finali) e straniante: l’utopia non è un luogo in cui stare per sempre perché prima o poi bisogna crescere, maturare, venire a patti con l’instabilità dei sogni.
E il risultato è un libro non facile, talvolta addirittura ostico (soprattutto nei dialoghi, che non a caso spesso diventano soliloqui), ma capace di districarsi con originalità in una materia nerissima e lussureggiante.

(laChiara)