ELBRUS UNDERGROUND (un microracconto mascherato sull’amore e la vita ispirato al mondo descritto in “Elbrus” di Giuseppe di Clemente e Marco Capocasa))

ELBRUS UNDERGROUND (un microracconto mascherato sull’amore e la vita ispirato al mondo descritto in “Elbrus” di Giuseppe di Clemente e Marco Capocasa))

24 Marzo 2021 1 Di Gli Epicurei

Background
Da quando le notifiche sul mio cellulare hanno iniziato a scandire il ritmo delle mie abitudini, il granitico convincimento del pieno controllo della mia libertà ed indipendenza ha cominciato a perdere la sua solidità, lasciandomi affondare in questa gelatinosa schiavitù, verso la quale fatico ad organizzare una vera e propria resistenza. Qualora potessi recuperare consapevolezza di me stesso, verrei avvolto dalla confortante semplificazione del quotidiano “non pensare”, scambiando, con un tasso favorevole, la moneta della libertà con quella della mia primordiale anima animale. Se invece riuscissi a recuperare la possibilità della scelta, dilaniato ed inebriato, potrei trovarmi sul cornicione della realtà sperimentando da vicino il confine tra le due condizioni. Giusto un attimo prima che la sedazione mi faccia perdere la percezione di me stesso, nel corpo che credo di avere o in quello di un Adrus [1] qualunque.

Inground
Drin! “nuova notifica: stasera appuntamento con il circolo dei lettori – finire libro – impostare discussione”. Ecco che arriva puntuale il richiamo e, diligentemente, mi metto prontamente al lavoro.
“Il romanzo di Capocasa e Di Clemente [2] ci proietta in un futuro distante alcune decine di anni in cui riusciamo ad ambientarci piuttosto facilmente, perché vi ritroviamo ancora molto di questo nostro attuale presente, e forse non è un caso. Cambiamenti climatici che introducono una nuova tipologia di migranti, precarietà dei rapporti umani e dibattiti etici sul controllo delle manipolazioni genetiche ci risultano alquanto familiari e, per quanto l’uomo sia in grado di spostarsi su veicoli a levitazione, sia capace di missioni spaziali all’interno del nostro sistema solare e abbia maggiormente acquisito la capacità di governare l’ingegneria genetica, sembra ancorato a dinamiche sociali ed umane che poco si scostano da quelle che ben conosciamo. La storia si sviluppa su più linee temporali che si susseguono nell’arco narrativo facendoci scoprire, dal passato, i tasselli mancanti del presente schiarendosi man mano che ci avviciniamo alla fine. Nell’epilogo tutti i personaggi principali che si sono passati il testimone durante la narrazione si ritrovano in un finale scoppiettante e pieno di pathos. La scrittura è fluida e ben bilanciata tra suspence e richiami scientifici, in cui si denota una particolare ricerca della plausibilità; le peculiarità dei due autori risultano inoltre ben armonizzate restituendoci un romanzo perfettamente bilanciato. La narrazione è avvincente tanto da tenere il lettore ben ancorato alla storia senza lasciarlo mai cadere nella tentazione di abbandonare il libro; se non fosse per la lunghezza potrebbe perfettamente rientrare nella categoria dei libri da leggere tutti d’un fiato. Consigliato!”.
Certo, un pubblico esigente come quello del circolo dei lettori potrebbe obiettare che riscaldamento globale, sovrappopolamento, pianeta al collasso, clonazioni e alieni antropomorfi siano un qualcosa di già sentito e che, nell’ambito del genere fantascientifico, forse si sarebbe potuto osare di più.. ma io sento che tutto questo svolge il ruolo di un guscio in cui si nasconde qualcosa di più profondo che ci riguarda più da vicino. Sento arrivare un Frehm [3] che immagino provenire direttamente dagli autori, i quali mi catturano e mi permettono di frammentare il loro processo creativo illudendomi di poter svelare cosa si nasconde in realtà dietro Elbrus. È una specie di metempsicosi in cui, reincarnandomi nel protagonista Adrus, mi desto dall’apparente realtà calandomi in una incipiente dimensione onirica per recuperare tutto quello che risiede nel profondo.

Underground
Esiste un guscio, appunto, che racchiude e protegge il bene più prezioso, la vita. Quella degli altri, la collettività, oppure, semplicemente, la nostra. L’egoistica primordiale necessità di far continuare il cammino dei nostri geni sulla linea del tempo, oltre il nostro corpo, oltre la nostra coscienza vale istintivamente per le piante e gli animali ed anche per gli uomini e la collettività a livello inconscio. Alla fine e all’inizio di tutto c’è la vita e la maternità è il motore che la genera, sia questo un ventre materno o una montagna caucasica con una doppia cima [3], il cui interno si anima di nuova vita, che può proseguire il cammino, superare l’ostacolo dell’estinzione e ripartire come un rifugio pontico dopo una nuova glaciazione. Perché se alla fine vince l’amore, ciò che resiste più di tutto al passaggio del tempo, è il sentimento che lega la madre al proprio figlio. Si capisce allora che la mancata resistenza alle notifiche del cellulare nasce da qualcosa a cui siamo perfettamente allenati. Le due rughe parallele sulla fronte, la piegatura del pollice, la calvizie, i piedi freddi, il rossore al collo sono tutti segnali che arrivano alla superficie del mio corpo partendo dal profondo dei miei geni, tramandati dai miei genitori e, ancor prima, dai miei avi scendendo sempre più indietro nel tempo. Queste notifiche molecolari, che irrompono nella mia quotidianità, sono il frutto dell’amore e dell’egoistica ostinazione della vita, a cui non vale la pena resistere dal momento che essa trova sempre il modo di rigenerarsi.

[1] Il personaggio che apre e chiude il romanzo
[2] Elbrus di Giuseppe di Clemente e Marco Capocasa edito da Armando Curcio Editore, 2020
[3] una sorta di comunicazione telepatica
[4] Elbrus, montagna dalla doppia cima e metafora dei due autori

(Massimo Guelfi)