Oltretomba: “La civetta cieca” di Sadeq Hedayat

Oltretomba: “La civetta cieca” di Sadeq Hedayat

12 Marzo 2021 0 Di Gli Epicurei

Sono costretto a scrivere ogni cosa per assicurarmi di non star confondendo realtà e immaginazione.Devo spiegare tutto alla mia ombra proiettata sul muro.

Il primo stadio è quello dell’ipnosi: parole che si ripetono cicliche, e lo stesso vale per situazioni, personaggi, oggetti, che tornano, e tornano, e tornano, ciclici, inquieti, precisi, mortiferi; e quando questi elementi ricompaiono è come se si ingigantissero, o, meglio, sprofondassero, si piantassero sempre più profondi, incatenati al protagonista, che si ritrova sempre più solo con le sue ossessioni.
Risate raggelanti, labbri ieporini, occhi immobili e insieme inquieti, rituali, cavalli dai passi felpati, bottiglie di vino e veleno, canzoni antiche e sempre presenti, colori, vesti sottili: tutto ritorna, tutto viene raccontato con una lingua ipnotica, ricca e semplice, di una sofisticatezza che all’inizio stordisce ma che poi cattura; concludere la lettura significa risvegliarsi da un sogno, uscire da una nebbia, emergere da un abisso.

Solo la morte non mente!

Perché poi, aldilà dell’ipnosi, quello di cui ci innamoriamo è il racconto, che poi è l’atto di raccontare, che poi è un rivivere, un riassaporare visi e sensazioni che grattano la pelle, che si vorrebbero dimenticate, che si vorrebbero distanti, ma che invece, di nuovo, tornano, e si fortificano, e si aggrappano alla carne e la squartano, ma non fanno uscire sangue, e allora quello che rimane è un fantasma di vita, una coazione a ripetere e rivivere che rende ogni racconto, ogni reincarnazione, sempre più a guasta, sempre più pesante, sempre più insopportabile; e tuttavia darsi la morte non è concesso, perché alla fine questo racconto è un limbo, uno stato di mezzo in cui non è dato vivere e non è dato morire, almeno non in maniera piena, e non in maniera definitiva.

Ho solo paura di morire domani, prima di essere riuscito a conoscermi appieno.

E allora arriviamo all’ ultimo stadio, che, paradossalmente, è quello dell’ epidermide, della sensazione, che viene stimolata dal racconto e addormentata dall’ipnosi, e allora, forse, la nostra vita è un’illusione di vita, una parvenza di un qualcosa a cui possiamo solo avvicinarci senza sperare di raggiungerlo, e men che meno comprenderlo. Possiamo raccontarlo, illuderci di sentirlo meglio e con più vividezza e terrore ogni volta che lo raccontiamo, e ripetiamo, e ripetendolo lo subiamo, lo lasciamo accadere ancora, e ancora, e ancora, perdendolo irrimediabilmente.
La civetta cieca è un capolavoro, Sadeq Hedayat è uno dei più grandi scrittori che siano vissuti e Carbonio Editore non sbaglia un colpo che sia uno.

(laChiara)