Il Grande Gattsby (ovvero: un microracconto letterario in variazione felina)

Il Grande Gattsby (ovvero: un microracconto letterario in variazione felina)

10 Marzo 2021 0 Di Gli Epicurei

Quando ero cucciolo mio padre, un enorme gattone nero (io rosso, lui nero: avrei dovuto chiedere a mia madre qualche spiegazione, ma non ne ebbi mai il coraggio), mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito dalla testolina pelosa.
«Se ti viene voglia di azzuffarti con un altro gatto» mi miagolò, «ricordati che non tutti i gatti a questo mondo sono randagi e hanno avuto nell’arte della lotta i vantaggi che hai avuto tu.»
Perciò ho la tendenza a evitare le zuffe con i gatti non randagi come me, ma magari usciti dalla gattaiola solo per un semplice giretto fuori casa. Ma dopo essermi vantato così della mia generosità, voglio ammettere che essa ha i suoi limiti.
Soltanto Gattsby, il raffinato gatto bianco che dà il nome a questo racconto, riuscì a mettere in crisi questa mia solidità morale. Però cambiai il mio atteggiamento nei suoi confronti quando riscontrai in lui una dote straordinaria di speranza, una prontezza romantica quale non ho mai trovato in altri gatti domestici, e quale probabilmente non troverò mai più. No: Gattsby alla fine si rivelò a posto.
Cominciò tutto in un giorno di pioggia.
«Guarda questo povero gatto tutto bagnato!» disse il bambino con entusiasmo rivolto alla madre, nell’androne di un palazzo dove mi ero rifugiato.
«Povero micino! Di che razza sarà?» chiese lei.
«Di tutte le razze» sentenziò il padre.
«Portiamolo a casa, vi prego!» disse il figlio.
«A casa? Un altro gatto?» protestò l’uomo sotto il suo enorme ombrello nero, con un’espressione di disgusto. «E randagio poi! Chissà le pulci che avrà addosso! Senza contare i vermi!»
«E che problema c’è? Usiamo l’antipulci e lo facciamo sverminare» replicò sua moglie.
«Vi prego vi prego vi prego» si lagnò il cucciolo d’uomo.
«Caro, che ne dici? Così fa compagnia al nostro Gattsby. Sempre solo solo…»
L’uomo brontolò, ma alla fine diede il suo assenso. Il fanciullo non era più in sé dalla gioia. La donna mi spinse dentro casa. Ero completamente fradicio. Potevo rifiutare il dolce tepore delle tane degli uomini?
Fu così, dunque, che andai ad abitare in un’enorme dimora signorile: la casa dove poltriva continuamente sul divano Gattsby, sfinge sonnacchiosa e annoiata per cui provai subito un’istintiva antipatia, con quell’aria di sufficienza che aveva nel guardarmi.
Comunque si stava bene lì. Anche perché soffiare al padre, saltare sul viso della madre alle quattro del mattino e graffiare quel dispettoso viziatello del figlio era un modo tutto sommato divertente di passare il tempo.
Qualche sera dopo il mio ingresso lì ebbi voglia di uscire a passeggio verso il parco nel crepuscolo tenero, ma ogni due o tre isolati mi trovavo immischiato in qualche strana diatriba tra felini, in cui con le note stonate dei propri lamenti intimidatori due gatti si fronteggiavano e mi minacciavano se solo avessi provato a mettermi in mezzo; il che mi inchiodava al punto preciso della strada dove mi trovavo, come se vi fossi legato con uno di quegli orribili guinzagli per cani (li ho visti usare anche con alcuni della nostra specie, che orrore!), almeno finché il litigio non terminava. Allora scattavo, proseguendo il mio percorso.
Alta sulla città, lungo la file di finestre gialle delle dimore degli uomini, e di rado sopra ai tetti, ogni tanto vedevo spuntare la testa di qualche mio simile, che contemplava la libertà fuori dalla soglia dietro cui era confinato e pareva voler comunicare la sua parte di segreto umano al casuale spettatore randagio nella strada buia, come avevo visto fare un paio di volte sul davanzale a Gattsby, che scrutava, alquanto incuriosito, il mondo dietro al vetro.
Insomma, ero dentro e fuori, contemporaneamente affascinato e respinto dall’inesauribile varietà della vita. Incominciava a piacermi sul serio New York, la sua atmosfera avventurosa durante la notte e la soddisfazione di avere una cuccetta o un divano al caldo dove poter dormire di giorno, oltre a trovare sempre un pasto gustoso ad attendermi nella ciotolina.
In una delle mie molte notti girovaghe fui sorpreso da una voce familiare.
«Buonasera, vecchio mio.»
Nella penombra, sopra una macchina parcheggiata, l’indistinta sagoma spettrale di un gatto stava dondolando la coda con disinvoltura. A quel miagolio mi spaventai, saltando con tutt’e quattro le zampe. Il pelo mi si era rizzato su tutto il corpo. Chiesi chi fosse. Il gatto zompò a terra: era Gattsby.
«Sembrate un gatto a posto» mi disse.
«La volta prossima vi riconoscerò, signor Gattsby. Scusatemi.»
Insomma, ogni tanto anche Gattsby sgattaiolava via da quella specie di reggia in cui tutti e due abitavamo, ignorandoci. Ci facemmo un giro assieme, quella notte. Parlammo di un sacco di cose. Mi disse che anche lui era stato un gatto randagio, un tempo. Mi raccontò del suo amore per Daisy, una certa gattina nera e bianca con una certa macchiona nera su una zampa, con la quale si erano un tempo giurati eterna fedeltà. Poi l’incidente; quindi la famigliola che lo aveva portato in una clinica veterinaria; infine l’adozione nella loro enorme casa dall’altra parte della città.
Nelle sue uscite notturne aveva saputo, da alcuni gatti incontrati per via, che una tale micetta corrispondente alla sua descrizione era stata vista accompagnarsi spesso e volentieri con un certo gattaccio grigio tigrato. Erano passati alcuni anni. Intanto, Gattsby era diventato un gatto aristocratico a tutti gli effetti, e sperava, con la classe acquisita, con il suo fascino intramontabile, con il profumo che emanava dal suo pelo regolarmente spazzolato, di riconquistarla, prima o poi.
Era letteralmente rimasto attaccato all’idea di questa femmina come si resta impigliati, con le unghie, alle tende o a qualche altro tessuto. Era magnetizzato da questa micia, o meglio dall’idea di lei, in modo quasi ipnotico, provando un’attrazione irresistibile, superiore persino a quella per l’erba gatta.
Quanto avrebbe voluto succhiare di nuovo la linfa della vita, trangugiare il latte incomparabile della meraviglia, più buono di qualsiasi latte versato nella ciotolina da una di quelle enormi manone umane! Daisy per lui non era una semplice gatta; era l’esemplare perfetto, era una figlia della dea Bastet, era la definitiva, perfetta incarnazione dell’ideale egizio di felino.
«È molto bella, quindi?» chiesi.
«Sì.»
«Bella come è bello infilarsi dentro una scatola?»
«Di più.»
«Più bella che inseguire un topolino o giocare con un gomitolo?»
«Di gran lunga.»
«Di più anche di una ciotola ripiena di croccantini fragranti?
«Mooolto di più.»
«Allora è stupendissima!»
Avevamo fatto molta strada per giungere in un certo prato, azzurrognolo sotto la luce della luna. In quel luogo, mi disse, il sogno di ritrovare la sua Daisy poteva una notte o l’altra realizzarsi. Non sapeva che il sogno di strusciare il suo muso contro quello di lei era nel suo passato, e che in questa vasta oscurità punteggiata di luci che gli uomini chiamano «città» un simile proposito era chimerico.
Era un po’ come quando noi gatti perdiamo la testa, pensai, e schizziamo da una parte all’altra della casa inseguendo qualcosa di invisibile.
Gattsby credeva nella luce verde, la luce verde degli occhi della sua amata, scintillanti nel buio. Gli era sfuggita allora, ma non importava: un domani – mi miagolava malinconicamente – nell’oscurità di un vicolo o di un parco, l’avrebbe vista di nuovo.

(Andrea Bricchi)