Riproporre un vecchio post: Non tutte siamo così

Riproporre un vecchio post: Non tutte siamo così

8 Marzo 2021 0 Di Gli Epicurei

Ho scritto questo post qualche anno fa, quando Gli Epicurei non aveva ancora una casetta tutta sua, e lo ripropongo adesso, perché la festa della donna è un qualcosa che mi sento in dovere di commentare ma che condivido fino a un certo punto.
Di buono c’è che mi sono scampata la canzone dello strazio.

***

Ci fanno compagnia certe lettera d’amore
Parole che restano con noi
E non andiamo via
Ma nascondiamo del dolore
Che scivola, lo sentiremo poi
Abbiamo troppa fantasia, e se diciamo una bugia
È una mancata verità che prima o poi succederà
Cambia il vento ma noi no
E se ci trasformiamo un po’
È per la voglia di piacere a chi c’è già o potrà arrivare
a stare con noi

Io questa canzone la odio. Da morire. Ogni volta che passa alla radio mi parte un “mavaffa” e poi cambio frequenza, ma il “mavaffa” non mi sfoga. Per niente. Tre note in croce, il solo titolo e lo stomaco mi si rintorcina tutto, e sono invasa dal male nella sua forma più pura.. Ogni anno, in prossimità di quell’obbrobrio che è la festa della donna, questa canzone torna a infestare le radio. Pare che sia tra le migliori dieci canzoni sulle donne, e francamente ignoro e voglio continuare a ignorare quali siano le altre canzoni.

Siamo così
È difficile spiegare
Certe giornate amare, lascia stare
Tanto ci potrai trovare qui
Con le nostre notti bianche
Ma non saremo stanche neanche quando
Ti diremo ancora un altro sì

La decisione di scrivere di questa canzone è stata mia e mia soltanto, ergo chi è causa del suol mal pianga se stesso e io sono qui che piango, perché non vorrei buttar giù un’esplosione di rabbia, ma semplicemente elencare cosa non va in questa canzone. Che poi è semplicissimo: un mare di cliché, una spaventosa mancanza di immaginazione, la donna vista come figura passiva e stupidamente sentimentale, bisognosa di essere guardata per esistere, incapace di barcamenarsi nel quotidiano, che trova nella relazione e nel donarsi la sua ragion d’essere (e quello che fa più rabbia è che il darsi all’altro è la scelta più nobile ed eroica che ci sia, se fatta con consapevolezza, ma qui diventa un tener la barca pari, anche se la barca è tarlata ed è inevitabile che finirà per affondare).

In fretta vanno via della giornate senza fine
Silenzi, che familiarità
E lasciano una scia le frasi da bambine
Che tornano, ma chi le ascolterà
E dalle macchine per noi
I complimenti del playboy
Ma non li sentiamo più
Se c’è chi non ce li fa più
Cambia il vento ma noi no
E se ci confondiamo un po’
È per la voglia di capire chi non riesce più a parlare
Ancora con noi

Si sarà capito che io non sono femminista: non sono femminista come non lo era Simone de Bouvoir, per la quale la questione femminile era (ed è ancora, a mio parere) troppo legata ad altre questioni politiche ed esistenziali per essere trattata singolarmente, e come non lo era Colette, che odiava le femministe, che non credeva nelle battaglie ma credeva nel dare l’esempio vivendo la vita che voleva vivere, e come non lo era Emma Goldman, per cui la questione femminile era solo una branchia della questione anarchica e di responsabilità della vita individuale tout court, e come non lo era Goliarda Sapienza, che inserisce la questione femminile nel diritto/dovere di ognuno di vivere la propria vita in piena libertà, come soggetti autodeterminanti e autodeterminati sotto ogni punto di vista, e come non lo era Virginia Woolf, che nella stanza che aveva tutta per sé parlava più specificatamente di autonomia e libertà.
Che poi il problema è, a parere di chi scrive, sempre quello sottolineato più e più volte, e sempre con chiarezza adamantina, dalla magnifica Simone ne L’altro sesso: l’inesistenza di un punto di vista, un modo di essere che sia del tutto femminile, che non sia un punto di vista semplicemente non-maschile. Se non si supera questo il resto è inutile e falsato alla radice, non c’è né autonomia né libertà, non c’è sperimentazione del sé, tutto rimane in superficie, e allora diventiamo quello che ci dicono di essere, ci riconosciamo in definizioni limitate e limitanti, semplicemente per superficialità.

Siamo così, dolcemente complicate
Sempre più emozionate, delicate
Ma potrai trovarci ancora qui
Nelle sere tempestose
Portaci delle rose
Nuove cose
E ti diremo ancora un altro sì

E niente, leggo e mi sale il disagio, e penso che questa canzone è così palesemente sbagliata, chiusa, e da un punto di vista umano prima ancora che femminile o femminista, che mi viene da pensare che basterebbe ascoltarla con attenzione per capire che tutte le elucubrazioni su di essa sono inutili. Sul serio, sono tre giorni che ci sbatto la testa, ma il problema è il sentimento che sta alla base, un sentimento che si subisce e basta, con fervore o con fastidio; e il sentimento non è altro che il primo scalino del senso di trascendenza a cui aneliamo tutti; e invece un sacco di donne di accontentano di quello (niente di male, per carità, solo che allora non ci si può lamentare se non si è prese sul serio, perché trovare la propria realizzazione nella coltivazione del sentimento vuol dire vivere in uno stato di perpetuo dilettantismo esistenziale e sudditanza emotiva nei confronti delle circostanze), e anzi ne sono orgogliose, come se fosse uno stato di loro esclusivo controllo, un territorio appartenente solo a loro, una sorta di regno incantato, mentre in realtà non è altro che una suburbia del vivere.

È difficile spiegare
Certe giornate amare, lascia stare
Tanto ci potrai trovare qui
Con le nostre notti bianche
Ma non saremo stanche
neanche quando
ti diremo ancora un altro sì.

E la canzone è finita, e io non ho detto assolutamente niente di quello che mi ero ripromessa di dire, anche perché c’è molto poco da dire e ancora meno da non dire.
Perché è un casino, quando si parla di queste cose, non cadere nella retorica, evitare di imporre agli altri il proprio modo di essere, perché mai come per le donne il personale è politico eccetera eccetera, e non sono gli uomini il problema, ma la difficoltà ad essere liberi e autonomi in un congegno complesso (e sempre borderline) come il consorzio sociale. È un casino perché molto spesso l’etichetta “donna” (assieme a quella di “uomo”) si sovrappone a quella di “essere umano”, il confine tra natura e cultura non è chiaro, come è oscuro il modo in cui una influenza l’altra e dove la seconda distrugge la prima.
E, sì, è difficile spiegare certe giornate amare (tipo la festa della donna), lasciamo stare, ma mi piacerebbe non farci trovare qui, l’anno prossimo, e non dire un altro sì se non lo sentiamo davvero.

(laChiara)