Mr.Hyde Frammenti: La felicità è negli occhi di chi guarda (“Happy end” di Michael Haneke)

Mr.Hyde Frammenti: La felicità è negli occhi di chi guarda (“Happy end” di Michael Haneke)

22 Febbraio 2021 0 Di Gli Epicurei

– Michael Haneke è un regista austriaco che, secondo molti, è una delle poche figure realmente autoriali nel cinema; per alcuni è addirittura l’unica. Il suo film più celebre è Funny games, girato dallo stesso Haneke in due versioni, una austriaca (1997) e una americana (2007), praticamente identiche. Il primo Funny games, che racconta di come due ragazzi sterminano una famiglia, fu lanciato come il nuovo Arancia meccanica, e secondo me questa cosa è un po’ una scemenza, semplicemente perché Funny games mi sembra più interessato a una filosofia della visione e del racconto più che a una riflessione sul libero arbitrio come il film di Kubrick; tanto più che Arancia meccanica ha una sorta di energia, di entusiasmo di cui Funny games è totalmente privo, dato che è costruito con un’ironia cerebrale e gelida, eticamente ed esteticamente vuota, dove tutto gira attorno al filmare, al fatto che se si vede una cosa è vera e però Haneke ce le rende ancora più vera negandoci la visione degli atti più atroci, tanto più che il sonoro ci suggerisce tutto. E allora? Che cosa ci vuole dire Haneke? Non si sa. Che è una costante dei suoi film.
L’importante, forse, è guardare.
Che poi, quando siamo di fronte a un film, è l’unico modo di agire.

Happy end (2017) potrebbe essere la prima puntata di una soap opera. Tre generazioni di una ricchissima famiglia di imprenditori, i Laurent, vivono insieme nella gigantesca villa di famiglia a Calais, ognuno con le sue problematiche: Georges (Jean-Louis Trintignant), il capofamiglia ormai a riposo e con demenza senile incipiente, è perfettamente cosciente della sua condizione e cerca disperatamente di morire; la figlia Anne (Isabelle Huppert), che gestisce l’impresa di famiglia, ha dei guai con suo figlio Pierre (Franz Rogowski), la cui negligenza ha causato una morte sul lavoro; il medico Thomas (Mathieu Kassovitz), il fratello di Anne, deve badare alla figlia nata dal primo matrimonio, la tredicenne Eve (Fantine Harduin), dopo che sua madre è morta in seguito all’intossicazione (probabilmente causata da Eve stessa) di antidepressivi; in più, ha un nuovo figlio con la seconda moglie Anais (Laura Verlinden), e porta avanti una relazione dalle sfumature sadomaso con la violoncellista Claire.

– Io, con Haneke, ho un rapporto di amore e odio: lo amo per il suo rigore, per la sua poetica fatta di frammenti, per la sua capacità di inquietare lontano dalle scene madri e di mostrare le conseguenze di certe azioni sfumando le azioni stesse (le uniche eccezioni sono Amour, in cui il male viene guardato in faccia e affrontato con un coraggio commovente, e La pianista, storia di un’autodistruzione ferocissima) e lo critico per quella che a me pare un’eccessiva serietà (serietà che, fortunatamente, non diventa mai tristezza), e uno sbigottirsi davanti alla ferocia delle cose che sotto certi aspetti mi sembra molto ingenuo. Voglio dire, la vita è brutale; e quindi?
E poi questi finali aperti, che in realtà sono claustrofobici, perché segnano una coazione a ripetere, e che anche quando sono conclusivi (di nuovo Amour, film meraviglioso che, per quanto esemplare per l’estetica di Haneke, non lo è per la sua visione narrativa) non sono mai risolutivi, perché il male ha trionfato, e tornerà a trionfare: Georges, con la complicità di Eve che lo riprende con il telefonino, sembra finalmente riuscire a porre fine alla sua vita, ma probabilmente Anne e Thomas riusciranno a salvarlo (e lo sguardo che Isabelle Huppert lancia allo schermo del telefonino di Eve che filma la scena, e che è il nostro punto di vista, vale l’intero film), e tutto sarà esattamente come prima.

– Mi fermo un attimo su Amour (2012), perché mi sembra giusto parlare, anche brevemente, del film che, assieme a Funny games, ha avuto maggiore eco internazionale del Nostro. Si dice che Happy end sia una sorta di seguito di Amour, ma secondo me anche no. Voglio dire, non è che siccome due attori (Jean-Louis Trintignant e Isabelle Huppert, nello specifico) riprendono un ruolo simile al film immediatamente precedente allora c’è continuità tematica. Tanto più che, come ho già detto in precedenza, Amour, che racconta di una coppia di anziani insegnanti in pensione che crolla nel momento in cui la moglie ha un ictus, è decisamente un film insolito nella filmografia hanekiana: straripante di amore, che vuol dire guardare in faccia il male, viverlo nel quotidiano e porvi fine solo quando diventa insostenibile, richiede allo spettatore lo stesso tipo di affetto, che vuol dire coraggio, che nutrono i suoi protagonisti, ed è un’opera difficile da sostenere ma dalla quale si esce in qualche modo più forti, più centrati. Ecco, Happy end non è così: Eve, che sicuramente uccide il suo criceto, che probabilmente uccide sua madre, che tenta di uccidersi a sua volta, che si rende complice del suicidio del nonno e che lo riprende con il telefonino fino ad essere interrotta dal padre e dalla zia, è una figura tutto sommato vuota, esattamente come Georges (che anche qui uccide la moglie nel momento in cui la malattia di lei diventa insostenibile) è una carcassa che cammina, solo con un minimo di consapevolezza in più.

– Il cinema di Haneke è un cinema generalmente frammentato, poco lineare, un puzzle in cui non sempre i pezzi cadono nella posizione giusta. In questo caso Anne e Pierre non si capisce cosa facciano, in che modo entrino nella non vicenda, tanto più che la loro è una delle trame portanti. Il fatto è che i loro personaggi sono di una goffaggine spaventosa, con tutto che la scena al karaoke con Pierre protagonista è davvero bella e la coppia Isabelle Huppert – Toby Jones è splendida anche solo sulla carta; da qui l’impressione che si ha del film come di una lunga puntata pilota, con molti temi da svilupparsi in seguito.

– Io, quando esce un film di Haneke, sono sempre in brodo di giuggiole, nonostante le mie riserve sull’eccessiva serietà del regista. Ma c’è da dire che io ho un problema in generale con la serietà e con il prendere le cose sul serio, con il fare di una qualsiasi cosa una questione di vita o di morte, soprattutto se si tratta di concetti, come accade in tutti, stavolta davvero senza eccezioni, i film del regista austriaco. Il fatto è che il prendere le cose alla leggera porta spesso ai sconfinare nella vigliaccheria, e io vorrei evitare di essere intellettualmente vigliacca, e Haneke è, in questo senso, una sorta di nume tutelare (Lars von Trier tende a essere piagnucoloso, da questo punto di vista, e io detesto chi piagnucola, a prescindere dalle sue capacità artistiche). Voglio dire, Haneke è così dannatamente radicale, assoluto, nelle sue opere che non si può non ammirare, anche se amarlo è molto più difficile.

– Che poi anche il discorso sul vedere, sugli schermi, sulle immagini assume una sostanzialità che, personalmente, non ho ancora riscontrato in nessun intellettuale/artista/cineasta. Perché qui si fa largo uso di telefonini, di chat e di social, di immagini riprese con parole che le commentano in tempo reale, e, poco da dire, il commento altera l’immagine, contribuisce a creare la realtà a un livello molto più profondo di qualsiasi discorso sulle fake news. Proprio all’inizio, nella primissima scena del film, si vede una donna, che scopriremo essere la madre di Eve, che si lava i denti e si prepara per andare a letto. Ogni azione viene anticipata da un messaggio della figlia, che si limita semplicemente a descrivere, nella maniera più asettica possibile, ciò che accade. Ecco, già questo solo intervento altera irreversibilmente ciò che vediamo. E fa venire i brividi.

– Non so se quanto ho scritto possa incuriosire, o aver incuriosito o che. Non so neanche se sia comprensibile. L’unica cosa che ho cercato di fare è essere il più asciutta possibile, non dare spiegazioni di sorta e non arrivare a nessuna conclusione, esattamente come fa il regista. Perché il resto tocca a chi guarda, o a chi legge.

(laChiara)