Mr. Hyde Frammenti: Eikós: l’origine della memoria (“I diabolici” di Henry-Georges Clouzot)

Mr. Hyde Frammenti: Eikós: l’origine della memoria (“I diabolici” di Henry-Georges Clouzot)

15 Febbraio 2021 0 Di Gli Epicurei

“La natura ha orrore del vuoto”
Professor Drain

Come diceva qui Romeo Vernazza, il patron di questa rubrica: i ricordi dei primi anni della nostra vita vengono cancellati in fretta. Liquidati, mandati al macero. Interi album audiovisivi che bruciano per lasciare posto a qualcos’altro. La mente di un bambino è una spugna avida, ha bisogno di spazio, ogni giorno processa e immagazzina un’enorme quantità di informazioni. Ci sono quelle utili che tiricordano che il fuoco brucia, che l’aria è necessaria, che è consigliabile non saltare dalla finestra. Quelle più sottili, con le quali capisci che chiunque può avere un cuore nero e che mentire a volte serve. Ma succede anche altro nella testa di un bambino: insieme agli scaffali dove riporre le nozioni esperienziali, viene anche edificata una sala. Più buia, più profonda, spesso impraticabile: una cantina. Lì dentro ci vanno le scorie che nessun tritarifiuti è riuscito a sminuzzare: quelle tossiche, quelle perniciose. O quelle dall’origine incerta. In fondo tutte hanno motivo di esistere, tutte hanno una loro utilità.

Questo locale è chiuso a doppia mandata, anzi, è murato, e le memorie oscure vi entrano da una piccola fessura, come il pasto del prigioniero. Ma alla lunga quasi ci si dimentica di avere questa cantina, finché qualcuno non ti chiede: e quella porta cosa nasconde? Cosa ci tieni lì dentro? E tu non puoi fare altro che scrollare le spalle e rispondere: ma lo sai che non lo so? È che ho spostato un armadio, proprio l’altro giorno, e ho trovato l’impronta di una porta…

Sono sempre più convinto che questa cantina sia la nostra wunderkammer. Lì teniamo i nostri pezzi più curiosi, quelli esotici, che vengono da paesi lontani. Certo, è pericoloso maneggiarli, ma se riusciamo a dotarci della giusta cautela avremo in mano materia vibrante. David Lynch in questo è un esempio vivente: medita da una vita, è in pace con se stesso, eppure, quando crea, naviga nell’oscurità più feroce. Come fa? È semplice, ci arriva con il passo giusto, quello virginale, e tutto ciò che trova nel buio non è corrotto, è puro, e conserva tutta la sua potenza. Ora provate a ricordare la prima immagine che vi ha spaventati. Io ho una serie di scene terribili: un uomo che viene crivellato di colpi davanti a un muro (tanti, troppi proiettili: è una marionetta che danza); un bisturi che affonda in un ventre come se fosse burro, e lo apre, sempre di più; una figura davanti alla tazza che beve qualcosa di tossico (una latta di tempera bianca?), in un ambiente squallido, malsano. Poi l’immagine più potente: un uomo che dovrebbe essere morto ma che invece si alza da una vasca piena d’acqua. Quella posa. Quegli occhi (non è vero, non ce li ha gli occhi!).

Villa Borghese, Casa del Cinema, qualche anno fa. Ero appena uscito dalla sala dopo aver visto un film, stavo bevendo qualcosa al bar. Portavo una fasciatura, una settimana prima mi ero operato al polso. Bevevo e lasciavo sedimentare nella testa le immagini appena viste, anche se a volte ci vogliono ore, giorni. Pensi: hai appena visto dei fantasmi insieme a centinaia di altre persone, eppure, quei fantasmi, dopo la visione, ti si faranno sempre più vicini. E cominceranno a sussurrarti qualcosa di esclusivo, rivolto solo a te. Due ragazzi, al tavolino di fianco, parlavano tra di loro:

X: Hai ragione, Henri-Georges Clouzot è un regista un po’ troppo dimenticato.
Y: Eh, ne ha girati di bei film. Vite vendute (Le Salaire de la peur, 1953) è potente. Il Corvo(Le Corbeau, 1943), è una commedia nera, un giallo curioso: pensa, è ispirato a una storiavera, poi il film ha ispirato a sua volta un fatto di cronaca degli anni ’80, in una strana eco tra storia e rappresentazione…
X: E non dimentichiamoci I Diabolici (Les Diaboliques, 1955).
Y: Eh, I Diabolici, grande film. La scena della vasca poi è sublime…

La scena nella vasca, ma certo! L’uomo poggia le mani sui bordi della vasca e si alza lentamente, la moglie lo guarda inorridita. Quella posa da insetto. Quegli occhi che guardano dentro il cranio. Ecco, ora una di quelle immagini oscure ha un nome.

X: Da bambino mi ha davvero scioccato quella scena…

E qui il tempo si ferma e mi cala intorno una nebbia fine, che ha un odore, una temperatura. Vedo un corridoio buio, alla fine del quale c’è una porta a vetri satinati dai motivi floreali. È la vecchia casa dei miei, con le imposte originali di fine ottocento. Oltre la porta, una luce viola, delicata ma densa. Non ne capisco l’origine e questo non fa altro che alimentare la mia curiosità. Ne ho paura ma non posso fare altro che starmene lì, con i miei cinque anni, incantato, come se quella luce fosse una presenza spettrale che mi chiama. Cosa produce quel bagliore? Perché mi seduce in questo modo?

“Ghosts crowd the young child’s fragile/ egg-shell mind”

Il mattino dopo attraverso il corridoio e apro la porta. Dietro c’è la veranda e poi il terrazzo, con le piante di mia madre. Ci sono tràrici, eronnule, code di opossum, fragoni, martine serrule, capelli di San Lazzaro. E poi c’è lei, la mia preferita: la tradescantia pallida, che da lontano sembra avere una consistenza animale, come un grumo di pipistrelli intrecciati. Non so perché la pianta si chiami così, è un inganno, in fondo è di un bel viola intenso…

X: I Diabolici è una storia di inganni, di sopraffazione…
Y: Me la ricordo bene: lei, (Véra Clouzot, moglie del regista, che morì d’infarto a soli 47anni, nell’eco di cui prima), proprietaria del collegio, cerca la libertà dal marito dispotico, ma in fondo non sa neanche cosa sia, la libertà. Potrebbe bastarle di vivere nonostante il suo cuore malandato.
X: È una storia in cui tutti sembrano già condannati…
Y: Già. E quel bambino? Te lo ricordi il bambino nel film?

fragile egg-shell mind

X: Quello che vede l’uomo scomparso.
Y: Esatto, ma per gli altri è solo una delle sue bugie. Così viene messo in castigo, in un angolo, faccia a muro.

Sì, me lo ricordo il bambino, con il naso schiacciato sul cemento, come se così non potesse più vedere nulla. E invece il bambino va oltre, guarda ancora più a fondo, dove il fantasma dell’uomo scomparso se ne sta in cantina, insieme agli altri, a danzare nel buio. È a questo punto che il fragile guscio d’uovo s’incrina. Sulla sua scorza si disegnano crepe sottili, come il motivo floreale sulla porta della veranda.

Y: Il bambino vede ciò che gli altri negano. E poi, anche avesse mentito, quelle immagini ce l’ha dentro e per lui sono più reali di qualsiasi ricordo…

Le immagini sognate e quelle (forse) reali: quelle dell’asilo, della piazzetta, dei primi campeggi dentro la roulotte. Le immagini alterate, create ex novo per popolare la solitudine. Fiumi di immagini che leghiamo tra di loro per creare la nostra mitologia. E non si può dire che il prodotto di tale processo sia più falso dei ricordi che presumiamo veri; di sicuro non hanno meno dignità. Il problema è quando il magma dell’immaginario diventa instabile: allora si creano i fantasmi cattivi, quelli che non attraversi con la mano. Sono quelli che impatti, che lasciano ferite. Ma se guardi bene, in un angolo di quella cantina, troverai sempre uno scaffale di vino pregiato. Nella mia, sul ripiano d’onore, ci sono le immagini della chiesa durante la funzione pomeridiana, quando mi ci portava mia nonna (il piede nudo della madonna che schiaccia un serpente; le spalle martoriate di un uomo al cospetto di un demone; la grossa teca della navata minore, dentro cui la madonna piange il figlio morto, coperto di ferite atroci – immaginavo di infilare le dita nelle ferite del cristo per non farla smettere di piangere: canta per me, pensavo, canta per me ancora un po’…). Poi ci sono le bottiglie senza etichetta (il bisturi che apre lo stomaco, l’uomo fucilato al muro, la pittura bevuta davanti alla tazza). E ora, grazie a I Diabolici, ho applicato l’etichetta al pezzo più prezioso, anche se non ne sono poi così contento, forse preferivo l’immagine dall’origine sconosciuta, pescata sul fondale limaccioso della mente.

X: … l’acqua, nel film, non purifica mai. Occulta e fa marcire tutto.
Y: Sì, raggiunge qualsiasi cosa, anche se la nascondi.
X: Sai, l’altro giorno ho rivisto il film dopo tanti anni e da allora la gente mi sembra più triste… Vedi quel ragazzo con la fasciatura al polso? Ha uno guardo strano, sembra che qualcuno lo abbia messo in castigo…

Ha ragione. Una parte del bambino che ero forse non si è mai rigirato da quel muro. È ancora lì, a fare finta di non aver visto niente, anche se ha visto tutto. Allora tanto vale ritornare al momento in cui il fragile guscio d’uovo si è incrinato. Dentro cui una pianta spettrale emanava una strana luce viola. Dove una presenza sussurrava: la memoria è una lastra d’argento che noi, per tutta la vita, siamo convinti di impressionare.

Per visionare il film: qui

Colonna sonora: Into The Night – Badalamenti, Julee Cruise

(Daniele Colantonio)