Mr. Hyde Frammenti: La grande monnezza (“Pink Flamingos” di John Waters)

Mr. Hyde Frammenti: La grande monnezza (“Pink Flamingos” di John Waters)

9 Febbraio 2021 0 Di Gli Epicurei

– Quindi, non ho capito bene, lei vorrebbe far vedere un film in Tv all’interno di un cinema?
Il funzionario SIAE era piuttosto interdetto, anche se era abituato alle stranezze del nostro cineclub, divertendosi della cosa, per quanto possa divertirsi un funzionario dello Stato.
–Ecco, non proprio, – gli rispondo – vorremmo proiettare sullo schermo del cinema un film contenuto in una cassetta VHS.
– Ah, vabbè, è pur sempre una proiezione e comunque mi compilerà il borderò e tutto il resto, no?
– Certo!
Nella metà degli anni Ottanta l’ufficio periferico della SIAE conservava ancora quell’aspetto antico da film con Alberto Sordi: un funzionario ieratico sempre in piedi con la sigaretta accesa, una segretaria svagata davanti a una ingombrante Olivetti meccanica e un controllore con impermeabile e basette, copia carbone del povero Harry, il catatonico vice dell’Ispettore Derrick.
La novità che stavamo inaugurando nella provincia profonda era il videoproiettore, allora un costosissimo catafalco, complicato da regolare e ben poco performante rispetto ai cilindretti odierni.
L’idea di proiettare film in cassetta venne a Patti LaBelle, futura Vernazzova, quando tornò dall’Angelo Azzurro di Bologna con due pellicole noleggiate (Atomic Cafè e Eraserhead) e un VHS di importazione inglese acquistato (Pink Flamingos).

Pink Flamingos, prodotto nel 1972 e subito sottratto al grande pubblico per questioni di decoro, era già diventato un cult nelle sale di mezzanotte e anche in Italia suscitava molta curiosità anche se non era mai stato ancora distribuito. Giusto in quegli anni, grazie a Warhol (Trash – I rifiuti di New York, 1972) e John Waters si andava affermando la cultura del Trash (Immondizia), un orientamento del gusto basato sul recupero e sulla valorizzazione, spesso compiaciuta, di ciò che è deteriore, grottesco, volgare.
Con il suo selvaggio consumismo, Waters aveva dato vita a film prodotti in tempi rapidissimi e a budget irrisori, come Pink Flamingos, rimasto il suo capolavoro. Un film girato in un lampo, con attori presi dalla strada, una trama sgangherata, costellato da scene folli che scioccano il pubblico ma inevitabilmente lo attirano, come la gente orripilata che comunque rallenta per vedere morti e feriti di un incidente stradale.
Avremmo proiettato Pink Flamingos! Eravamo emozionati, nessuno lo aveva ancora visto pur conoscendolo dalle riviste del settore. Il nostro pubblico, composto di pervicaci cinefili, rispose con entusiasmo e si divertì, nonostante il film in lingua senza sottotitoli e la mediocre qualità della cassetta VHS più la scarsa luminosità di quel proiettore preistorico.
Prima dell’inizio vero e proprio del film, sullo schermo si vide scorrere una lunga sequela di avvertenze e minacce: Warning! Domestic Use! Prohibited eccetera ma vabbè, come si diceva a quel tempo: Largo all’Avanguardia.
La trama. Baltimora, due famiglie si combattono per il primato della schifezza. Condannata dalla stampa come “la persona più sporca vivente”, la drag queen Divine alias Babs Johnson si rifugia in una roulotte abbandonata con il figlio montanaro, la sua fidanzata voyeuristica e sua madre, “un’anziana disabbigliata di 250 libbre che sta in un box da bambini e adora le uova”. Questi sarebbero i buoni. I cattivi sono Connie e Raymond Marble, “una coppia gelosa e avida di pubblicità” che cerca invano di dimostrare di essere ancora più sporchi di Divine e del suo clan. I Marbles si guadagnano da vivere rapendo ragazze adolescenti, rinchiudendole in uno scantinato, violentandole e vendendo i loro bambini a coppie lesbiche. Nel tempo libero vendono eroina agli studenti. Un contenuto talmente trucido che non può non scivolare nella commedia.
Tutto quel grottesco penare non è però fine a se stesso.

“È facile disgustare qualcuno”, parola di John Waters. “Potrei fare un film di novanta minuti di persone a cui vengono tagliati via gli arti ma questo non sarebbe molto elegante o originale”.
E allora ecco che giunge la complessità, che si dipana in una disperata allegria di fondo, una satira nichilista e anticipatrice. Tante cose e tante persone devono qualcosa a Pink Flamingos, dal punk a Platinette, dall’America profonda delle famiglie assassine di Le colline hanno gli occhi e The Texas chainsaw massacre a Natural Born Killers fino a Tarantino.
“Guardi Pink Flamingos e hai la sensazione liberatoria di essere trasgressivo quasi quanto le persone sullo schermo”. Già, in genere, perché ci entusiasmiamo per persone che non frequenteremmo mai nella vita reale? Una domanda semplice e forse ovvia ma le risposte potrebbero essere diverse e complesse.
I frammenti più “significativi”.

Una scena reale, ripresa da un’auto, con la sfrontata Divine vestita in stile Marilyn che attraversa un boulevard affollato con la sua travolgente falcata, al ritmo di uno spiazzante rockabilly, tra lo stupore e la curiosità della folla, ignara di essere ripresa.
Nell’età dell’incoscienza della vostra vita vi sarà capitato di ragionare più o meno seriamente su domande tipo: per mille euro ti mangeresti una merda di cane appena fatta?
Ecco la scena: un cagnolino deposita uno stronzo sull’asfalto, Divine lo raccoglie e se lo mangia, masticando con qualche accenno di conato. La scena è continua, non ha tagli o trucchi, Divine lo ha fatto per davvero.
Quando si dice “piuttosto mi mangio una merda”.

Ancora: un primo piano di un buco del culo che si contrae e si dilata al ritmo di Surfin’ Bird quando fa Papapapapapa… Una scena che in seguito venne tagliata inesorabilmente.
Un altro frammento: Divine e il figlio riescono a penetrare nella casa dei rivali Marble e, in segno di disprezzo, leccano corrimano e ogni arredo presente. Una cosa che faceva anche Nipote 4 quando aveva 6, 7 anni: con una quantità enorme di focaccia in mano ti chiedeva se ne volevi un po’, al tuo sì cominciava a leccarla tutta, mettendosi a ridere come per dire: ora mangiala se ne sei capace. I bambini un po’ trash lo sono, vero?

È un freak show – dice I.Q. Hunter, l’autore di Cult Film as a Guide to Life – uno spettacolo strano, nella lunga tradizione degli exploitation movie degli anni Venti e Trenta, messi in scena in grandi tendoni da persone con un background carnevalesco. La promessa era che avrebbero mostrato al pubblico cose che non avrebbero potuto vedere altrove.
Come colonna sonora per la lettura del pezzo, Mastro Dioniso Iseka propone The Deviants con Garbage, oltre cinque minuti di psichedelia.
Resta una curiosità su quella leggendaria videoproiezione al cineclub: i diritti dei biglietti venduti in quella serata saranno mai arrivati a John Waters?

(Romeo Vernazza)