Non lasciarsi vivere: “L’anno che Bartolo decise di morire” (Valentina Di Cesare)

Non lasciarsi vivere: “L’anno che Bartolo decise di morire” (Valentina Di Cesare)

8 Febbraio 2021 0 Di Gli Epicurei

Una relazione tossica e un ambiente tossico non sono necessariamente un qualcosa di malvagio, e carico della volontà di danneggiarci, ma possono esternarsi anche in uno stato mentale collettivo, in un ambiente, in una situazione che si accetta per quieto vivere, fino a quando non se ne può più.
A mio parere, ne L’anno che Bartolo decise di morire (edito da Arkadia) Valentina Di Cesare parla esattamente di questo: di un mondo che diventa una cappa, della vita che diventa un peso e delle relazioni che diventano zavorre.

Bartolo, il protagonista del romanzo, è una bravissima persona: affezionato ai suoi amici di sempre e alla sua città natale, tanto da tornarvi natia dopo varie esperienze lavorative fatte altrove, ha un talento naturale come placatore di animi, è capace di far star bene tutti, ma, a un certo punto, qualcosa in lui si allenta; allo stesso tempo, Lucio, un caro amico di Bartolo che ha perso il lavoro, vive una crisi durissima.
E qui mi fermo, perché Valentina di Cesare racconta questa parabola seria senza essere seriosa, con una sensibilità squisita e una voce senza tempo, piana e classica, melodiosa e ricca, e già con questo accenno di trama ho paura di aver dato alla storia una pesantezza che non ha.

Succede tutto in un istante invisibile, senza che nessuno dica niente. Certi angoli della vita cambiano forma e aspetto, come accade alle tartarughe che rinnovano il carapace.

La cosa veramente ganza di Valentina Di Cesare è che riesce a non essere cinica nell’affrontare un argomento come la disillusione, e a non abbandonarsi a una piagnucolosa rassegnazione nel raccontare un percorso di accettazione delle cose come sono: nessun personaggio è esplicitamente negativo, Bartolo è responsabile della situazione esattamente come coloro da cui si sente prima inconsapevolmente soffocato e poi chiaramente tradito, ogni percorso è sensato e coerente, profondamente reale, ricco, e c’è questa sensazione fortissima che l’aggrapparsi a una felicità passata sia la causa primaria dell’infelicità presente, e che questa, a sua volta, potrebbe andare a inficiare quella futura.

Il fatto è che L’anno che Bartolo decise di morire è un romanzo intriso di un senso di responsabilità densissimo, quasi tangibile; Bartolo e Lucio decidono il loro destino, e nessuno viene giudicato: viene ribadita la necessità di compiere delle scelte quali che siano, altrimenti sono le scelte che compiono noi, e tutto questo viene raccontato con affetto verso tutti, con comprensione, personalità, e senza retorica, scavando con delicatezza e precisione nei terreni in cui sono piantate le nostre esistenze e raccontando come siamo noi a costruire gli edifici delle nostre vite.
Perché noi siamo ciò che facciamo con noi stessi, e il nostro stare bene riguarda solo noi.

(laChiara)