Non esserci: “Piove deserto” (Ciro Auriemma e Renato Troffa)

Non esserci: “Piove deserto” (Ciro Auriemma e Renato Troffa)

25 Gennaio 2021 0 Di Gli Epicurei

C’è una freschezza, in questo giallo (che, volendo fare la tignosa dei generi e sottogeneri, si indossa meglio la categoria hard boiled), che incanta: Piove deserto, di Ciro Auriemma e Renato Troffa, edito da DEA Planeta, è un libro di una godibilità assoluta.
Già da subito è chiaro che i luoghi sono parte integrante non solo della vicenda, ma anche dei personaggi, della loro crescita, del loro sviluppo, della loro fine o non fine; e anche le figure all’apparenza più marginali, come Bea e Eleonora, ex moglie e figlia del protagonista Leo, vengono toccate da questa terra e da questo mare e toccano a loro volta, forse sentendo lo scarto, quel non detto o detto male e fatto malissimo del protagonista.

L’aria era carica di pioggia e sale. Avevo fatto il viaggio in autobus da Cagliari sotto un diluvio battente, presagio dell’imminente fine dell’estate. A Portovesme ero stato accolto da grandi pozze d’acqua e da un cielo di arsenico acciaio, contro cui le altre ciminiere abbandonate si stagliavano come campanili di chiese sconsacrate.

La vicenda è presto raccontata: dopo essere scappato dalla Sardegna e essersi rovinato la vita con le sue mani, Leo Mari, ex poliziotto, si trova a tornare a casa per indagare sulla morte dell’amico Davide; che poi non si sa se di morte si tratta, dato che non c’è neanche un corpo. E questa indagine prosegue nella direzione dell’assenza, dell’andarsene, del lasciare e del non dire, e quindi del fraintendere, dell’incaponirsi, dello sbagliare e del correggere il tiro, del dolersi dei propri errori, del voler ricominciare e del voler mettere il punto; e tutto questo raccontato con una sensibilità incredibile, con un affetto e un’attenzione che ti squagliano nella poltrona, perché se alla fine la vicenda e il suo sviluppo non sono esattamente una novità, il tono della narrazione è semplicemente una delizia, una di quelle cose confortanti senza essere ovvie, e Auriemma e Troffa dimostrano di avere delle voci calde, sicure, piacevolissime da leggere e molto molto molto umane, cosa ancora più ammirevole all’interno una vicenda che tocca temi come l’agonia di un territorio e la morte sul lavoro, temi che chiamano pistolotti moraleggianti che fortunatamente qui sono assenti.

Socchiusi gli occhi per non vedere i pensieri, lasciando che corressero lungo le forme nude e sfumate di Marta, fino a che si fece forma senza idea, forma senza forma, e infine vuoto riempito di vento e salsedine. Da lì, a ritroso, il vuoto ritornò forma, e la forma idea, sbiadita e confusa.

Il fatto è che, alla fine, si tratta di una scrittura di sensi, che si sposa a una vicenda di percezioni che vede come protagonista un uomo che deve scalare una montagna di non detti (neanche a sé stesso) per avere una visione globale di sé stesso e di quel che gli sta intorno; e questa montagna poi porta a un pozzo talmente profondo che tutto va bene, anche se incompleto, anche se i legami che legano ogni elemento, ce li possiamo solo immaginare, perché sono taciuti.
Come tutte le cose importanti.

(laChiara)