Visse d’arte: “Il capolavoro sconosciuto” Honoré de Balzac

Visse d’arte: “Il capolavoro sconosciuto” Honoré de Balzac

19 Gennaio 2021 0 Di Gli Epicurei

Era da un po’ che Il capolavoro sconosciuto di Balzac mi tormentava, e quando finalmente sono riuscita a trovarlo on line mi ci sono buttata a capofitto; ovviamente, non ne sono stata delusa.

Una mano, dato che ho fatto questo esempio, non è solo collegata al corpo, ma esprime e continua un pensiero che bisogna afferrare e rendere; né il pittore, né il poeta, né lo scultore devono separare l’effetto dalla causa, che sono legate l’uno all’altra in maniera indissolubile! È qui la vera lotta!

Ho conosciuto Balzac verso i 15-16-17 anni, attraverso Splendori e miserie delle cortigiane, che trovai noioso e macchinoso oltre ogni dire, e poi qualcuno mi fece sapere che quello era il Romanzo Brutto dell’autore, e quindi mi ributtai a pesce sul nostro, che a breve divenne (e resta, senza ombra di dubbio) il mio francese preferito. Non ho letto moltissimo, ma quello che ho letto mi è piaciuto uno sproposito: su tutto, La cugina Bette e Un tenebroso affare, e ho ancora in canna Il cugino Pons (che ha tutti i crismi per esaltarmi come poche cose al mondo) e, naturalmente, Illusioni perdute.

Il capolavoro sconosciuto, a parer mio, dovrebbe essere letto da ogni artista, da ogni appassionato d’arte e da ogni intellettuale o innamorato dell’intelletto. In realtà non andrebbe solo letto, ma tatuato nel cervello, perché ogni amore può trasformarsi in dipendenza, e rovinare la vita del tossico in questione e di chi gli sta intorno; e, inoltre, l’asceta dell’arte al solito non produce una ceppa, distrugge e basta.

Non parlo della trama, anche perché ho il dubbio di averla capita male, nel senso di aver dato alla vicenda una morale, un umorismo e una pernacchia nei confronti di ogni purezza che forse non ci sono: ho conosciuto, in gioventù, alcune persone che questo racconto lo prendevano dannatamente sul serio (e io ho letto il racconto proprio per capire bene le cose); da parte mia, io l’ho letto, e mentre leggevo mi sono scoperta a vagheggiare una riduzione cinematografica di Luis Buñue, magari con un tocco di Dalì, perché se uno ci pensa un attimo è una storia troppo assurda, anche se viene da dire che Balzac, tra i suoi meriti immensi, può contare anche quello di aver anticipato un fottìo di teorie e discorsi artistici e culturali; o, forse, questi discorsi che sembrano nuovi in realtà sono vecchi come il cucco, e il fatto che siamo ancora qui qualcosa vorrà pur dire.

La forma è un Proteo molto più sfuggente e ben più ricco di tranelli di quello della storia: solamente dopo interminabili lotte la si può costringere a rivelarsi col suo vero aspetto. Voi vi accontentate di come vi si mostra a prima vista, tutt’al più alla seconda o alla terza: non si comportano così i lottatori vincenti! I pittori invincibili non si fanno ingannare da nessun tranello, insistono fino a quando la natura è obbligata a mostrarsi nuda in tutta la sua verità.

Ma la cosa più bella di questo racconto, quello che lo rende veramente un capolavoro, è che la trama è tutta un discorso, mentre all’atto pratico accade pochissimo, e il teorema coincide con la sua enunciazione, e con la negazione della stessa.
È una roba meravigliosa, commovente, una dimostrazione di coerenza che strappa il cuore dal petto e lo lancia verso astri di gioia illimitata, che cresce e si moltiplica a ogni rilettura dell’opera (e io sono a tre).
E non resta che goderne, e poi goderne di nuovo, e di nuovo, e un’altra volta ancora.

(laChiara)