L’Apocalisse dei viventi: “Microfictions” (Régis Jauffret)

L’Apocalisse dei viventi: “Microfictions” (Régis Jauffret)

30 Dicembre 2020 0 Di Gli Epicurei

Microfictions (pubblicato da Clichy) rientra nella categoria di quei libri davvero belli e assolutamente da leggere che però non mi sento affatto di consigliare, perché sono fortissimi e torrenziali e neanche sai come leggerli. Vanno spezzettati? Centellinati a un microracconto al giorno? Divorati come ho fatto io? Non ne ho la più nebbiosa idea. Fatto sta che, adesso, a raccolta conclusa, sento di aver bisogno di un qualcosa di arioso, mentale, spirituale, costruito su tempi lunghi.

È uno spettacolo allegro vedere questa gente esistere con questo ardore, questo entusiasmo, questa voracità. Io non sono geloso, una volta basta. Ho avuto dei dispiaceri, degli inconvenienti, ma non ho mai sbagliato vita tanto da voler ricominciare daccapo.

Il fatto è che la raccolta di Régis Jauffret è una di quelle opere impregnate del fango della vita, e tutto è talmente concentrato che non lascia fiato; e anche le esagerazioni, le iperboli, le situazioni esasperate hanno quel fondo di umana passione che tutti possiamo riconoscere, e che viviamo, e dalle quali ci facciamo colpire a prescindere dalla nostra volontà. Si tratta una raccolta di circa 500 racconti della lunghezza di due pagine; e questi racconti sono essenzialmente ritratti, dei sunti di vita, dei momenti culminanti che lasciano intuire tutta l’intensità di quello che c’è stato e di quello che ci sarà; e già sono racconti piuttosto potenti presi singolarmente, ma presi tutti insieme, come ho fatto io, ti soverchiano, ti immergono come un fiume infernale in cui ognuno emerge per qualche secondo supplicando di essere ascoltato, di essere ricordato, oppure sfidandoti a condannarlo e a giudicarlo, o, ancora, sbattendoti in faccia il suo essere con una fierezza che ti costringe semplicemente a prendere atto anche di questa sfumatura dell’esistere e chinare la testa.

Vivere lentamente senza mangiarsi i giorni, prendere ogni ora delicatamente in mano come un passerotto, carezzandola perché non sfugga troppo presto, lasciar sciogliere i minuti sulla lingua evitando di morderli, assaporare il gusto di ogni secondo senza dimenticare nemmeno per un attimo che si è in vita.

In verità non ho trovato nessuno dei racconti particolarmente scandaloso, o scioccante o esplosivo in sé; è stata piuttosto la carica di vitalità, la disperazione dell’esistere anche nelle voci più pacificate che mi ha scombussolata tutta: è come se Jauffret avesse reso la vita privandola dei suoi momenti morti e svuotandola di ogni riflessione e bam, ecco che questa diventa un qualcosa di completamente insostenibile, un qualcosa dalla quale bisogna addirittura disintossicarsi, in qualche modo.

Perché alla fine ci si sente spossati e soffocati, ma anche incredibilmente più ricchi, carichi di un bagaglio di esperienze nelle quali la parola coincide con l’azione e in questa si vivifica, nelle quali si corre a perdifiato anche quando si rimane immobili, nelle quali viene, poco da dire, riassunto tutto.
Qualunque cosa sia, e qualunque cosa voglia dire.

(laChiara)