Ancora, ancora!: “La fossa dei peccati” (Marcel Aymé)

Ancora, ancora!: “La fossa dei peccati” (Marcel Aymé)

29 Dicembre 2020 0 Di Gli Epicurei

Io vivo ogni libro di Marcel Aymé come un regalo del cielo, come se Dio volesse ricordarmi che ci sono state, al mondo, intelligenze leggiadre e pungenti e sublimi, intelligenze che sono cuori, intelligenze che sono modi di vedere la vita, intelligenze che creano mondi altri per aiutarci a decifrare il nostro, intelligenze strane e magnifiche, intelligenze inclassificabili, eccentriche, che ci guidano verso la migliore delle nostre vite, e ci mostrano quanto potremmo essere meravigliosi se solo la piantassimo di erigerci paletti e la smettessimo di prenderci così tanto sul serio.

Il nostro caro professore di purezza, Ludovic Martin, fu tentato dal diavolo su una piccola spiaggia bretone, dove, insieme a una decina di discepoli, ci eravamo riuniti per trarre giovamento dai suoi insegnamenti. Nel suo famoso Trattato sulla profilassi dell’anima il maestro raccomandava trentadue modi sicuri per respingere la tentazione.

Mi innamorai di Aymé ormai qualche anno fa, attraverso Martin il romanziere, e ho atteso La fossa dei peccati, seconda racconta pubblicata da L’Orma editore, non dico al cardiopalma ma quasi. Ho anche un’edizione de La giumenta verde che comprai a un banchetto un paio di anni fa, un volume tenuto insieme con lo sputo ma che conservo come un tesoro, un libro che potrebbe essermi di reale soccorso nei tempi più bui del buio, al quale stavo per ricorrere quando è uscito, appunto, La fossa dei peccati, su cui mi sono precipitata come la mia gatta sul pesce, e che ho cercato di centellinarmi, giuro che ci ho provato sul serio, ma che ovviamente ho finito nell’arco di una giornata.

Perché che gli vuoi dire ad Ayme, che ci vuoi scrivere sui racconti Aymé, che a volerli illustrare li rovini, perché sono fatti di un miscuglio di nuvuole e stranezza, di sorriso e terrore, di inquietudine e grazia, di incanto e caffè; che gli vuoi dire a chi Aymé ancora non lo conosce, se non di precipitarsi a comprare i due volumi dei suoi racconti, e unirsi al grido di ancora, ancora e di più, di più che si agita nel mio cuore.

A Montmartre, in un atelier di rue Saint-Vincent, viveva un pittore di nome Lafleur che lavorava con amore, accanimento, probità. Quando raggiunse l’età di trentacinque anni la sua pittura era diventata così ricca, sensibile, fresca e solida da costituire un autentico nutrimento non solo per l’anima, ma financo per il corpo. Bastava guardare con attenzione una delle sue tele per venti o trenta minuti ed era come aver mangiato, per esempio, un piatto a base di paté in crosta, pollo arrosto, patate fritte, camembert, budino al cioccolato e frutta.

E niente, leggete i libri di Marcel Aymé godete, godete, godete dal profondo del vostro tutto.

(laChiara)