Echi di vita: I corpi del culto (Ivan Fassio, Andrea Cavallo)

Echi di vita: I corpi del culto (Ivan Fassio, Andrea Cavallo)

22 Dicembre 2020 0 Di Gli Epicurei

Recitare una poesia ad alta voce è l’unica via possibile per coglierne accenti, pause, echi di suoni, onomatopee.
La punteggiatura ne è il duce, ma solo il suono della nostra voce può fare da eco, e megafono, a ciò che l’autore vuole dirci.
È anche vero che il significato di una poesia cambia quando cambia il fruitore, ancor meglio cambia attreverso chi la recita.
Ben conosciamo la differenza fra lo scolaretto che ripete i versi a pappagallo, e il performer, che possiede studio e strumenti per far trasparire tutti i colori del testo.
La voce narrante, ne I corpi del Culto, è limpida e chiarissima, da senso all’emozione, in una comunione di senso e significante.
Una voce chirurgicamente rassicurante: seziona il testo e ce lo porge in piccole e lucidissime bacinelle d’acciaio.
Non conoscevo Ivan Fassio.
Colpa mia.

Spesso mi soffermo a pensare cosa vuol dire, essere un poeta italiano, nel 2020, chi è questo sedicente poeta, che faccia ha, come si mantiene, qual è il suo lavoro “vero”?
Ivan Fassio si è spento troppo giovane pochi mesi fa e I corpi del Culto rappresenta bene o male il suo testamento.
Il corpo a volte è solo un pretesto per valicarne i limiti, come quando il corpo ci tradisce e ci lascia troppo presto.
Qui interviene l’arte, che ha il potere di renderci immortali, farci gemmare.

Eppur non posso fiatare,
Gridare
Che nel gran torpore provo piacere, sì, forte
Germoglio

Le delicate note di Andrea Cavallo permettono di riprendre il necessario fiato fra una poesia e l’altra, per non affogare, venir sopraffatti.
Ma non chiamiamoli intermezzi!
Cavallo accarezza i tasti, e i tasti rispondono solo con le note necessarie, non una di meno, né una di più.
La musica fa con la poesia il gioco del telefono senza fili: ci si parla, un po’ scostati e scostanti, come amici lontani, fratelli, amanti, alleati.

(Francesca Maggi)