Gotico erotico e buffo: “I topi del Cimitero” (Carlo H. De’Medici)

Gotico erotico e buffo: “I topi del Cimitero” (Carlo H. De’Medici)

4 Dicembre 2020 0 Di Gli Epicurei

Ritto, nel chiarore della radura, io ho mosso allora a mio piacimento le grandi costellazioni del cielo; ho diretto a mio capriccio gli immensi astri migratori degli spazi senza limite; ho mutato i destini ai vecchi pianeti cancrenosi e impazziti nelle metodiche, ossessionanti loro rivoluzioni. Ho scatenato il Centauro prigioniero sulla soglia del firmamento. Ho aizzato l’Ariete, cornuto di saette. Ho lanciato lo Scorpione velenoso contro il Cigno bianco dalle penne argentate. E ho fatto colpire dal Sagittario il Drago, per vederne il sangue arrossare lo zenit.

La cosa ganza di Carlo H. De’ Medici (la cui opera è pubblicata da Cliquot) è che per lui lo strano è più che un genere letterario, ed è anche qualcosa in più che un modo di sentire, o addirittura di vivere: lo strano è una sottocategoria del bello, una sfumatura del piacevole che sta accanto all’affascinante e al sensuale, e che, soprattutto, è il sublime che si diverte.
C’è quell’umorismo, in De’Medici, che è figlio del non prendersi troppo sul serio, che sfuma l’inquietante dei racconti con un certo senso del burlesco, che fa tanto flaneur intellettuale e più generalmente mentale, che imprime nella sua scrittura un che di svagato, di sorridente, e, soprattutto, di dandy.

Ho letto I topi del cimitero quasi un anno dopo aver letto Gomòria, che mi è rimasto scolpito in cuore e di cui parlerò sicuramente più avanti, e l’ho trovato di una squisitezza sopraffina, di un’eleganza contagiosa, e di quell’eleganza vera, che eleva lo spirito, la mente e il morale, che ti ricopre gli occhi di bellezza e che non solo ti acuisce il senso del bello, ma che ti fa anche venir voglia di coltivarlo, di ricercarlo in te e nel mondo e tirarlo fuori, perché il bello raccontato da De’ Medici è un qualcosa di diverso, di particolare, una scoperta continua ed entusiasmante.

E scendo dalla mia soffitta per andare alla stazione: come tutte le sere. Amo la grande tettoia nera. Amo il fumo acre che mi chiappa la gola. Amo l’odore penetrante del carbone bruciato. Amo l’abbaglio di tutte quelle luci variopinte che segnano la via: occhi ammaliatori. E sosto, per ore e ore, estatico come un bambino, davanti ai grandi carrozzoni che tra breve fenderanno l’aria in una corsa folle, verso paesi favolosi, inverosimili e lontani. Altrove.

Questi racconti profumano di un Poe più rilassato, scherzoso, gaudente, pacioso, sensuale, con un incredibile senso del ridicolo e dell’autoironia; e, soprattutto, lasciano a chi legge un’impronta, una voglia di esplorare, di divertirsi, di annoiarsi, di godere e soffrire la vita con entusiasmo e intensità, senza accontentarsi di quello che il mondo offre ma andando a cercare negli angoli più nascosti, più impensati, più inquieti ed esaltanti, e goderne, goderne, goderne, nel bene e nel male, tanto più che il godimento trasforma bene e male in un’unica esperienza sublime e viva. E Carlo H. De’ Medici è il miglior Virgilio e la migliore Beatrice che si possano desiderare.

(laChiara)