Una colonna sonora carica di dissonanze: “Il riflesso del passato” (Dan Chaon)

Una colonna sonora carica di dissonanze: “Il riflesso del passato” (Dan Chaon)

17 Novembre 2020 0 Di Gli Epicurei

Il vero mistero della vita non era che tutti noi moriremo, ma che tutti noi siamo nati, che in passato siamo stati tutti bambini piccolissimi come quello tra le sue braccia, bambini che con lentezza, inconsapevoli, avvolgevano il mondo, lo arrotolavano un anello dopo l’altro, come un gomitolo di spago. Il vero terrore era che una volta non esistevamo, e poi, senza alcuna colpa da parte nostra, siamo stati costretti a esistere.

Ne Il riflesso del passato Dan Chaon (che si conferma di essere uno dei più bei nomi portati in Italia da NN Editore) racconta di persone che non tanto cercano un posto nel mondo, ma una prova tangibile della loro esistenza, vissuta come illogica, casuale, indipendente dalla loro volontà e pertanto tragica.
I protagonisti sono Jonah, un uomo sfigurato da un incidente occorsogli durante l’infanzia e ossessionato dal ritrovare il fratello maggiore dato in adozione dalla madre, Troy, che si trova in libertà vigilata e rischia di perdere la custodia di suo figlio e Nora, la madre di entrambi, che sembra essere il punto nodale per risolvere queste vite fantasmatiche ma che è spettro lei stessa, avendo segnato la vita dei figli più con la sua assenza che con la sua presenza.

Il fatto è che i personaggi, tutti i personaggi, trascorrono la loro esistenza cercando di tappare i buchi, trovare collegamenti, recidere legami (tra persone, tra fatti, tra sentimenti) che non si sono neanche sviluppati, provando a dare direzione a un percorso da un punto di vista esclusivamente retrospettivo (e non è un caso che il padre di Nora, che potremmo definire il capostipite di questa famiglia che definire disfunzionale sarebbe riduttivo, sia un orfano, o meglio, un ragazzino venduto dai genitori come forza lavoro), come se l’unico modo per guardare avanti e vivere una vita migliore fosse dotarsi di un certo tipo di retroterra, che però non si sa bene quale sia.

È difficile credere che sia così che si fa. Che sia così che entriamo in questo mondo, per caso o volontà: le nostre microscopiche componenti, nate da fluidi e sangue, che crescono fino a trasformarsi in un minuscolo regno di cellule all’interno del corpo di un’altra persona. Sembra così complicato prendere vita. Così improbabile.

Il mondo del romanzo è talmente incasinato che Chaon inizia la storia con una morte e la termina con un parto; e questi eventi, entrambi collocati nel passato rispetto alla vicenda principale, sono collegati da rimandi e rapporti che scavalcano il tempo e lo spazio, e si propagano da generazione in generazione, tra rancori inespressi, sguardi preoccupati e tessuti cicatrizzati che cercano un motivo del loro essere attraverso una spiegazione logica, che ovviamente rimane invisibile e sconosciuta.

E Dan Chaon, che è uno scrittore straripante di un afflato epico dolente, terrificante, riccissimo, un narratore antico che non contempla l’intervento di nessun deus ex machina,  suggerisce, forse, sottovoce, che la speranza di salvezza si giochi tra un amore completamente gratuito e intenzionale e il distacco totale da ciò da cui si vorrebbe essere amati, prendendo le cose come sono, che siano caotiche, crudeli e ingiuste. Perché la vita è quella che è, e probabilmente vivere non è altro che barcamenarsi tra il terrificante e il meraviglioso.

(laChiara)