Qualcuno (ri)traduca questo libro: “Audition” (Ryū Murakami)

Qualcuno (ri)traduca questo libro: “Audition” (Ryū Murakami)

12 Novembre 2020 0 Di Gli Epicurei

Audition, di Ryū Murakami, è un romanzo ipnotico, che procede scelta, dopo scelta, dopo scelta, fino al compimento del destino del suo protagonista Aoyama, un vedovo che, su suggerimento del figlio Shige, decide di risposarsi e che, con l’aiuto di un amico, mette su una finta audizione proprio per trovare una moglie ideale, finendo per conoscere Ayami, la ragazza perfetta che proprio perfetta non è; le cose si evolveranno in maniera molto meno idilliaca di come Aoyama si sarebbe aspettato.

It was the face of a human being who’d been constructed exclusively of wounds. Not time or history or ambition, nothing but wounds. The face of a person who could probably kill someone without feeling anything whatsoever.
Era il volto di un essere umano che era stato costruito esclusivamente da ferite. Non dal tempo, o dalla storia, o da ambizioni, ma solo da ferite. Il volto di una persona che potrebbe probabilmente uccidere qualcuno senza provare nulla. (traduzione mia)

Mi chiedo quanto le sensazioni che ho provato leggendo questo romanzo siano collegate alla sua omonima riduzione cinematografica, ormai opera di culto nonché, a tutt’ora, capolavoro assoluto del regista Takashi Miike: se questi gioca moltissimo con il genere drammatico/romantico, inserendovi inserti inquietanti che poi finiscono per esplodere in una disturbante (e meravigliosa, soprattutto per l’uso dei suoni e del rumore) sequenza onirica che anticipa la tortura finale (ne ho parlato qui, di questa scena), Murakami si limita a seguire l’ambiguo (e un po’ viscido, a dirla tutta) in buona fede Aoyama affondare nella sua botta di vita/crisi di mezza età/tentativo di uscire dalla routine dettata dal lutto; e la cosa ganza è che lo fa con una pulizia, in una asetticità, una nettezza, formale e non, che è una bomba d’introspezione e d’immedesimazione.

Il fatto è che nel romanzo il pensiero e il sentire sono una sorgente direttissima dell’agire, o del reagire, al dolore e alla mancanza (la solitudine e il lutto nel caso di Aoyama, la solitudine e la violenza nel caso si Asami), e Murakami si limita a mostrare il modo in cui i movimenti interiori dei personaggi diventino quelli esteriori, di come i movimenti emozionali diventino pensieri, in un percorso zoppo che lo scrittore ricostruisce con l’esattezza di un orologiaio svizzero, tanto che anche la pazzia si risolve come una conseguenza meccanica e, vista in retrospettiva, prevedibile e chiara.

Something falls apart on you, or is torn away from you, something that can never be fixed or replaced. You struggle with it and agonise over it and kick and scream, but there’s really nothing you can do. In order to keep on living, you have to learn to accept the reality, accept the loss or the injury, and the wound it leaves.
Qualcosa ti piomba addosso, o ti viene strappato via, qualcosa che non potrà mai essere riparato o sostituito. Lotti con esso e ti tormenti, tiri calci e urli, ma non c’è davvero niente che tu possa fare. Per continuare a vivere, devi imparare ad accettare la realtà, accettare la perdita o il danno e la ferita che lascia. (traduzione mia)

Alla fine la lezione è quella vecchia come il mondo, che le persone ferite feriscono, e torturano e amputano gli arti per tenerti legato a loro, oppure imbastiscono truffe belle e buone per cercare qualcuno di debole e sottomesso e coerente con il quadro mentale della vita e dell’amore che si sono fatti, ma il fatto che questa cosa sia vecchia non la rende ovvia, o meno vera; soprattutto se a raccontarla è uno scrittore (seguito poi da un regista) che non nasconde nulla, che non semplifica, ma che racconta l’animo umano e le sue sfaccetteture con una padronanza da lasciare storditi, e, nonostante tutto, commossi.

(laChiara)