Una spaventosa fioritura di Futuro: “La chiocciola sul pendio” (Arkadij e Boris Strugackij)

Una spaventosa fioritura di Futuro: “La chiocciola sul pendio” (Arkadij e Boris Strugackij)

4 Novembre 2020 0 Di Gli Epicurei

Anche io ho paura, Non solo ho paura di te, ma anche per te. Tu non li conosci ancora. Del resto, pure io li conosco appena. So soltanto che sono capaci di qualsiasi eccesso, del più alto grado di ottusità e di saggezza, di crudeltà e di pietà, d’ira e di fermezza. Difettano solo di una cosa: della comprensione. Perché loro l’hanno sempre sostituita con qualche surrogato: la fede, l’ateismo, l’indifferenza, il disprezzo.

La chiocciola sul pendio, capolavoro di Arkadij e Boris Strugackij edito da Carbonio, è un romanzo che dà le vertigini, riccxo di una potenza metaforica concretissima e tangibile e pieno di un senso di smarrimento confortante e ambiguo.
Perché questo futuro incontrollabile, rappresentato dalla foresta, che il Direttorato per gli Affari della foresta cerca di controllare/invadere/distruggere, questa incontrollabilità opposta al bisogno di semplificare, questo continuo innestarsi di forme di vita una derivante dall’altra, una più completa e complessa dell’altra, questa crudeltà vivificante della vita e di coloro che la creano, ecco, sono tutte cose che ci riguardano nel sociale, nel politico, nel cervello e nelle viscere.

Si legge, e ci si perde, e ci si chiede che cosa bisogna fare davanti a questa vita che prolifera e si diffonde ovunque ovunque, e che sfugge a ogni categoria, e che non possiamo controllare, e che quindi scombussola ogni nostro respiro, e ci minaccia, e ci attacca, e ci sfugge, e combatte contro ogni forma di struttura, la deride, ne entra nei gangli e la inficia, e quindi sbeffeggia ogni tentativo di attivismo, di controllo; e, mentre si va avanti nella lettura, ci si chiede dove siamo, ci si chiede cosa sia successo, cosa stia accadendo, e, certe volte, cosa diavolo ci impedisce di chiudere il romanzo e mandare al diavolo i due autori, perché, diamine, non si fa tempo a cominciare a orientarsi che succede qualcosa che ci entra in testa ma che non capiamo, che ci entra in petto ma che sfugge a ogni tentativo di interpretazione.

Allora Kandid si alzò e andò via da lì. Per il sentiero. Il più lontano possibile. Ricordò vagamente che in quel luogo voleva ascoltare qualcuno, sapere qualcosa, fare qualcosa. Ma ora tutto questo non aveva più importanza. L’importante era andarsene il più lontano possibile, sebbene fosse cosciente che non gli sarebbe riuscito di farlo. Né a lui né a molti, molti altri.

Il fatto è che i fratelli Strugackij mettono chi legge davanti a delle voragini assurde e spaventose, e l’unica cosa che si può fare è guardare giù, o sedersi sull’orlo con i piedi penzoloni e sperare in un qualche responso che comunque ci sarò negato, e poi capire che non ha senso chiedere niente, perché non ci sono risposte giuste quando le domande non hanno senso; e fa strano riflettere su questo romanzo così incentrato di futuro in un momento in cui con la nostra idea di futuro ci dobbiamo fare i conti, e ci spaventa: ma tuttavia quello sgomento con cui si chiude il romanzo ha anche un non so che di esaltante, che forse è l’esaltazione data dal vero, che alla fine la voragine fa sì paura, ma è anche fresca, e lussureggiante, e viene voglia di immergersi nel proprio terrore ed ammirarlo, e vivere, vivere, vivere a dispetto di tutto.

(laChiara)