Mr.Hyde Frammenti: Cronaca di un amore, ovvero: “Io e Inside n°9”

Mr.Hyde Frammenti: Cronaca di un amore, ovvero: “Io e Inside n°9”

30 Ottobre 2020 0 Di Gli Epicurei

Siccome ho questo impeto di parlare di “Inside n°9” (una serie inglese della BBC2 mai arrivata in Italia) e non so come cominciare, ho deciso di cominciare da me.

Era la fine del 2014, e, come a volte mi capita, mi era venuta voglia di vedere una qualche serie TV, e allora mi sono messa a cercare qualcosa che potesse piacermi. I miei paradigmi sono piuttosto semplici: niente di troppo lungo, niente di troppo complicato (“Il Trono di Spade” aveva già cominciato ad annoiarmi), niente di sentimentaloso; incappo in questa “Black Mirror”, nello specifico “Bianco Natale”, la puntata speciale natalizia, me la guardo e non mi dispiace: coltivo una netta preferenza per la prima parte della puntata (quella con protagonista Jon Hamm, per intenderci) rispetto alla storia principale che la contiene, e se non la conoscete vi consiglio di recuperarla.
Continuo a indagare, e scopro che le altre puntate della serie madre sono una disamina piuttosto cupa e pessimista del rapporto dell’uomo con la tecnologia, e decido che no, al momento non fa per me: nell’episodio che ho amato di “Bianco Natale” c’era un qualcosa di tragicamente scanzonato, scorretto e divertente che al resto della serie pareva mancare, e che invece mi aveva sedotto, e allora continuo a cazzeggiare tra recensioni e cose così, e allora inciampo, appunto, in “Inside n°9”, che mi si presenta, sulla carta, come la serie perfetta: ogni stagione (all’epoca era in corso la seconda, adesso siamo alla quinta, con una sesta e una settima già commissionate e due speciali) è composta da sei episodi autoconclusivi, della durata di mezz’ora, indipendenti l’uno dall’altro e di genere sempre diverso, accomunati soltanto dalla presenza del numero 9; il tutto scritto e sempre interpretato dagli ideatori Reece Shearsmith e Steve Pemberton.
Decido di guardare la prima puntata la sera successiva, e da allora è nato un amore folle che dura tutt’oggi, e di cui, adesso, passo a illustrarvi i momenti principali.

IL COLPO DI FULMINE: SARDINES (Stagione 1, episodio 1)
L’episodio è ambientato in una residenza di campagna, al numero 9, e precisamente dentro un armadio. Siamo a una festa di fidanzamento, e gli invitati giocano, appunto, a sardines, una sorta di nascondino al contrario, nel quale tutti cercano una persona e, una volta trovata, si nascondono assieme a lei; mano a mano che le persone si accumulano nell’armadio, saltano fuori i segreti, le rabbie, i rancori, i drammi. Fino alla conclusione, un colpo di scena che diventerà, abbastanza spesso, marchio di fabbrica della serie.
Ora, “Sardines” non è il miglior episodio di Inside n°9 (già il successivo, “A quiet night in”, lo batte di diverse misure), ma è uno di quelli che ho riguardato più spesso, se non quello che ho riguardato di più in assoluto. Il fatto è che per me “Sardines” è la perfezione, dal punto di vista dei tempi, della gestione dei personaggi e della profondità degli stessi, della distribuzione delle informazioni, delle interpretazioni, delle trovate. Che poi i colpi di scena io li detesto, li ritengo delle baracconate insulse, ma qui c’è un ghigno, e una pietà, e una profondità che lasciano basiti, soprattutto considerando che si tratta soltanto di mezz’ora, e che molti altri prodotti televisivi ma non solo la tirano molto più per le lunghe con molta meno carne in pentola. Ancora adesso, se ci ripenso, mi viene la pelle d’oca, perché non è solo la perizia tecnica, o attoriale, o scrittoria, ma è proprio questa onestà di fondo, questa capacità di creare un legame affettivo con i personaggi in scena (Stinky John su tutti, che oltretutto sono tantissimi) che mi ha sedotto. Già da subito, la serie di Pemberton e Shearsmith è riuscita a placare tutte le mie voglie: una storia appassionante, dei personaggi simpatici e un umorismo nero di fondo che è la ciliegina sulla torta.

LA DOLCE ABITUDINE: SÉANCE TIME (Stagione 2, episodio 6)
Ovvero, scopriamo una costante che si confermerà in tutte le stagioni: l’ultimo episodio di ogni stagione racconta una storia a tema orrorifico, e qui siamo in una magione vittoriana in compagnia di una medium, e durante la seduta accadranno diverse sorprese. Anche in questo caso, non si tratta dell’episodio migliore della serie (e neanche di quelli orrorifici), e mi viene il sospetto che la passione che io abbia per questi episodi meno celebrati nasca dal fatto che quando un qualcosa rivela la sua forza nei momenti più deboli vuol dire che, ecco, abbiamo qualcosa di veramente mastodontico, e che si lavora con materiale più che solidissimo, nello specifico le emozioni umane, nel più ancora specifico emozioni come il dolore, l’umiliazione e il desiderio di vendetta. Che poi la vendetta, la rivalsa, il desiderio di giustizia (e le conseguenti manipolazioni) sono già state e si confermeranno temi portanti della serie, e saranno sempre sviscerati con quella pienezza e quella padronanza che rivelano la grandezza. Perché ricordiamoci, si tratta solo di mezz’ora, e, giunti a questo punto, sfido chiunque a non amare la serie. 

IL MOMENTO DAVVERO SPECIALE: THE RIDDLE OF THE SPHINX (Stagione 3, episodio 3)
Qui siamo al capolavoro conclamato, ovvero l’episodio che, secondo molti estimatori della serie, è il migliore in assoluto (se la gioca con “A quiet night in”), e che, secondo me, molto deve all’intimità che ormai, dopo due stagioni e mezzo e un episodio speciale digitale e interattivo (l’unico che non ho visto), la serie ha instaurato con il suo pubblico. Intimità che diventa complicità, nel momento in cui l’episodio viene “annunciato” nelle parole crociate del Guardian, e si giostra tra citazioni classiche e contemporanee, ma senza perdere di emozionalità.
Questa volta siamo nello studio di un professore in cui si introduce una ragazza che viene sfidata a risolvere un cruciverba, e le tinte sono meno umoristiche e più gotiche, più crudeli e ciniche; non mi spingo oltre, perché qui veramente siamo a livelli di pura meraviglia, i giochi si fanno più audaci, il pubblico è spinto ad essere più reattivo, e fa veramente strano sentirsi così coinvolti non solo dalla serie ma ormai a tutto quello che le gira intorno.
Personalmente, l’ho visto quattro volte, e ogni volta ho preso appunti. La stupefazione, la maestria, la bellezza.

LA COCCOLA: BERNIE CLIFTON DRESSING ROOM (Stagione 4, episodio 2)
Dopo il divertentissimo e shakespeariano inizio di stagione “Zanzibar”, che si svolge al nono piano di un albergo ed è recitato in pentametro giambico (e Shakespeare tutto è molto citato e rielaborato nella serie, su tutto “The Understudy”, il quinto episodio della prima stagione, che ricalca le vicende del “Macbeth” all’interno di una compagnia che lo mette in scena), Pemberton e Shearsmith tornano a una struttura più tradizionale, ovvero un episodio che racconta il ritrovarsi di una vecchia coppia di comici con tutti i rancori e i non detti che ne conseguono. Lo trovo uno degli episodi più intimi e commoventi dell’intera serie, e sono stata vicina, alla fine, ad avere le lacrime agli occhi. Che poi la cosa davvero bella è che mai, in nessun episodio, si tira un colpo basso, o ci si attacca alla facile emotività, o si ricatta lo spettatore, ma si parla sempre e comunque di esseri umani, nelle loro debolezze e nelle loro meschinità, e lo si fa anche con cinismo, addirittura con ferocia, ma non si manca mai di rispetto al personaggio, o al pubblico. E qui si dimostra, ancora una volta, che agli autori non piace vincere facile, e che proprio per questo vincono su tutta la linea.

LA CONFERMA: DEAD LINE (speciale di Halloween, 2018)
Mi piace chiudere con uno speciale, anche se di cose da dire sulla quinta stagione, uscita nel 2020, ce ne sarebbero a iosa (il magnifico Pemberton in “Thinking out loud”, “Love’s great adventure”, altro episodio ad alto tasso di commozione, “The Referee’s a W***er”, episodio da far vedere a tutti i tifosi di calcio e odiatori di arbitri di nostra conoscenza), e anche se questo episodio, per noi che lo guardiamo dall’estero e in differita, risulta meno potente di altri. Il fatto è che questo episodio è stato trasmesso in diretta, e quindi i tweet a cui ci si riferisce sono tweet reali, e quando succederà qualcosa allo schermo del vostro PC non è un guasto, ma ci sono i goblin (o i fantasmi) in studio. La trama di “Dead Line” è assolutamente irraccontabile, il pubblico da casa è direttamente coinvolto e ci sono delle scene e delle situazioni da brivido (ancora più gustose se, prima di vedere questo episodio, avete visto “A quiet night in”). Ormai il rapporto è solido, le sperimentazioni (questa non è la prima, lo avrete capito) sono sorprese piacevoli ed è bellissimo essere coinvolti, anche a distanza, anche in maniera meno diretta del pubblico inglese. E cito Sherasmith, direttamente dall’episodio: “Questa non è Black Mirror, questa è Inside n°9, ci sono più umorismo e più colpi di scena”.

E questo è quanto, e mi rendo conto di aver scritto di qualcosa che probabilmente non conoscete e spero con tutto il cuore di avervi incuriosito, perché siamo DAVVERO davanti a una serie che intrattiene un vero rapporto con lo spettatore, lo stuzzica, lo stimola, lo coinvolge a livelli che sulla carta sembrano impossibili, eppure è così, ed è bello che sia così, perché alla fine è lo scopo dell’arte e della cultura, testare i nostri limiti e farci sentire parte di qualcosa.

(laChiara)