Mr. Hyde Frammenti: Non sognatelo, siatelo! (“Rocky horror picture show” di Jim Sharman)

Mr. Hyde Frammenti: Non sognatelo, siatelo! (“Rocky horror picture show” di Jim Sharman)

18 Ottobre 2020 0 Di Gli Epicurei

THE ROCKY HORROR PICTURE SHOW (1975)
Regia di Jim Sharman
Sceneggiatura: Richard O’Brien e Jim Sharman
Con Tim Curry, Susan Sarandon, Barry Bostwick, Richard O’Brien, Patricia Quinn, Nell Campbell, Jonathan Adams, Peter Hinwood, Meat Loaf, Charles Gray

L’INFERNO SONO GLI ALTRI
È la frase lapidaria di Jean-Paul Sartre. L’inferno è pieno di diavoli – le anime perse là dentro non fanno testo – e diavoli sono le persone che mi stanno intorno; loro sono il mio paesaggio umano, respirano la mia stessa aria, mi osservano e soprattutto mi giudicano.
Io, come chiunque, sono come gli altri mi vedono, per il mondo sono l’immagine creata dal giudizio degli altri.
“A loro non piacevo, a loro non sono mai piaciuto!”
Il domestico Riff Raff cita l’antico collega Fritz, servo gobbo di Frankenstein.

IL RETROSCENA

Abbandono Sartre pensando che gli altri non sanno nulla di quello che veramente sono e allora chiudo gli occhi, vivo la mia vita nascosta agli altri e al loro giudizio, solo disvelata a pochi intimi e neppure tutta. In questi tempi ipersociali, dentro di me celo pensieri e ricordi irraccontabili e poi sogni irrealizzati, un deep web personale senza connessione, il Retroscena.
“Non sognatelo, siatelo!”
È la supplica/invito di Frank-N-Furter, che galleggia su un salvagente del Titanic, in una piscina che sul fondo ha disegnato il Giudizio Universale di Michelangelo.

Retroscena: /re·tro·scè·na/
1. Quanto si svolge dietro la scena; fig. ( più com. ), complesso di fatti, di particolari, di manovre che, deliberatamente occultati, rendono incompleta o distorta l’immagine di una situazione. “c’è un r. poco pulito”
2. La parte del palcoscenico che rimane invisibile agli spettatori, il dietro le quinte, in inglese rispettivamente backstage e behind the scenes. Termini usati retoricamente anche per indicare gli eventi legati alla produzione di uno spettacolo che non sono visibili direttamente al pubblico.
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La storia del cinema è ricca di retroscene avventurose e strambe. Confinati mesi e mesi in studi asfittici o in foreste selvagge, staff e attori attraversano boulevard su cui si affacciano finestre con il niente dietro, siedono in finti salotti senza pareti che sembrano veri, recitano migliaia di spezzoni di una vita irreale che andrà perduta e di cui solo una minima parte comporrà una storia verosimile.
Il film è una coperta che si stende su ogni evento accaduto dietro le scene. Gli sgarbi, gli amori, la convivialità, le stranezze, tutto quel tempo in promiscuità si dissolve e resta solo un intrattenimento di un’ora e qualcosa. Il dietro le scene è una terra di mezzo per i beati/dannati del cinema, un purgatorio tra il nostro deep web personale e l’esistenza che gli altri confezionano per noi. Un po’ come una spia che fa il doppio gioco cercando di non perdere il senso.
È per quello che mi hanno sempre attirato le foto rubate sul set, quelle tracce di vite sconosciute votate alla fiction, soprattutto dei miei film preferiti. Tim Curry seduto a terra chiacchiera con la Sarandon e un Barry Bostwick in mutande. Attori e troupe stravaccati a terra come un tappeto umano. Meat Loaf mangia un gelato. Tim e Little Nell bagnati fradrici che si sistemano dopo il bagno in piscina.

LA DICHIARAZIONE D’AMORE
Amo intensamente The Rocky Horror Picture Show.
È una passione grande la mia, un amore sopito che sonnecchia nelle pieghe dell’esistenza, come quando posi la testa sul cuscino e ti accorgi che l’ennesimo giorno è passato così in fretta, senza quasi viverlo.
Un amore che condivido con la Vernazzova, compagna di vita perché, nelle quaranta e più volte che l’abbiamo visto, quel film ci ha sempre divertito.
“È così difficile divertirsi, perfino sorridere mi fa male alla faccia”, declama tristemente Frank-N-Furter, il dominus della scena, lo scienziato transgender nell’alto castello.
Tra l’altro è un musical! Quante volte abbiamo sbadigliato durante un musical? Non mi è mai capitato di voler rivedere un musical tranne quello e, altra eccezione: The Blues Brothers (solo una ventina di volte, però).
Diamo per letti qui trama, personaggi e canzoni che conoscono tutti o quasi. Mi interessa invece la costruzione del film: una sequenza di tableau vivant coreografati, dove si dipanano drammi e commedie, girati in uno studio leggermente claustrofobico, a parte la scena iniziale del matrimonio nerd tra Brad e Janet. Il segno conclusivo del wedding day è dato dal dipinto animato di Grant Wood, American Gothic, un biglietto da visita per l’ingresso al vero film, una immagine che ricorrerà ancora in altre forme.
Tralascio la miriade di citazioni che costellano il film, ci vogliono ripetute visioni per notarle, roba da amatori incalliti. Il vero valore di Rocky Horror è la demolizione sistematica della normalità etero a opera di un musical di liberazione sessuale, dalla noia, dal “coito modesto” che si consuma all’interno dellafamiglia media americana, tutta tacchini ripieni, bowling e barbecue in giardino. Gli attrezzi per la demolizione sono ironia, sberleffo, anarchia, melodramma, nella cornice di un appassionato e fantasioso omaggio alla fantascienza degli anni Cinquanta, ingiustamente considerata di serie B.
Ogni scena è liberatoria perché svela un mondo a cui non siamo abituati, dove il diverso soggioga il goffo e impacciato normale fino a trasformarlo, a liberarlo. Il “dolce travestito” Frank-N-Furter non è il solito diverso vessato, emarginato e disperato, tipico di molta cinematografia moderna; è il fantasma della libertà sessuale, scienziato pazzo, l’eccesso fatto persona: in una sola notte seduce a turno un ragazzo e una ragazza just married e ancora vergini, ammazza Meat Loaf e lo serve per cena, come un novello Frankenstein dà la vita a una creatura – un biondo muscoloso – da usare come oggetto sessuale.
“Non sono un granché d’uomo alla luce del giorno ma la notte sono un diavolo di amante.”

IL CULTO
Tutto quello e anche frasi come “Non c’è reato se quando ti concedi provi piacere” erano troppo per il 1975 (e anche ora non si scherza) e fu inevitabile che, pur sull’onda del buon successo teatrale, il film venisse demolito dalla critica del tempo e accolto con poco slancio dal grande pubblico. Partito con un budget ridotto, fu un vero flop ma già alcuni anni dopo cominciò a rianimare le notti. TRHPS divenne presto il principe dei Midnight Movie e ancora ora sta viaggiando al termine della notte. Gli spettatori si traformarono in assidui frequentatori, cominciarono ad andare al cinema vestiti e truccati come i loro personaggi preferiti e in ogni sala, durante lo spettacolo, si agitavano in piedi centinaia di persone che conoscevano a memoria le canzoni e le cantavano, inventandone delle nuove, incitando questo e quel personaggio a fare o non fare, quasi a cambiare il destino di quel fantastico oggetto filmico.
L’incredibile nascita del fenomeno: da flop a cult, perché i miti non si creano a tavolino, nascono per ragioni spesso insondabili, viralità imprevedibili. Più che un grande successo popolare, TRHPS è diventato un fortissimo aggregatore seriale di un pubblico adorante e nei secoli fedele, un punto di riferimento come pochi per generazioni e subculture. Poche opere entrano in quell’aura celebrativa e a quel punto diventano intoccabili, tanto sono incisi nella storia del Cinema e frasi come “Eh ma non è certo Eisenstein o Kubrick” trovano il tempo che trovano, persino su Facebook.
Nella lista dei più grandi cult movie di Entertainment Weekly, stilata nel maggio 2003, Rocky Horror è al secondo posto, dietro a Spinal Tap e davanti a Freaks di Tod Browning. Al quinto posto c’è Pink Flamingos ma questa è una storia ancora da raccontare.

IL FRAMMENTO E IL RICORDO
L’apparizione di Tim Curry/Frank-N-Furter in “Sweet Transvestite”, il suo ingresso nel salone delle feste, l’ondeggiante e funambolico tragitto tra gli astanti, the Transylanians (Sharman ha vissuto a lungo da bambino nell’ambiente del circo, come Tod Browning), l’uscita di scena finale e la promessa fatta a Susan Sarandon/Janet per la notte in arrivo: “Rimuoverò la causa ma non il sintomo!”

Rocky Horror ebbi la fortuna di proiettarlo personalmente, per diverse sere, nel cineclub che fondammo io e la Vernazzova, che allora era ancora Occhi azzurri sul pianeta terra.
Erano gli anni Ottanta e il primo film in 35 mm in programma. La tecnica di proiezione era molto più complessa rispetto ai 16 mm. Avevamo comprato un pesante catafalco di proiettore usato, proveniente dalla demolizione di una nave da crociera. Una volta risolti i problemi di voltaggio, mi ritrovai nella saletta, poche ore prima dello spettacolo, disperato perché senza libretto di istruzioni era impossibile azzeccare il tortuoso passaggio della pellicola in tutte quelle ruote dentate. Avevo già semidistrutto una pellicola di prova e niente, andava un po’ e poi si strappava sempre. Non potevamo permetterci di danneggiare Rocky Horror, il collezionista che ce l’aveva noleggiato, il grande Tortolina di Padova, ci avrebbe chiesto i danni e comunque sarebbe stata una grande perdita. Era l’unica pellicola del film in circolazione in Italia, oltre a quella in dotazione al Mexico di Milano, che da anni ogni venerdì la programmava come midnight movie/festa in maschera. Andai a cercare aiuto presso il Signor Renzo, l’esperto proiezionista del vicino cinema parrocchiale, un vero amico, che per fortuna venne e mi fece un corso accelerato. Senza di lui non ce l’avrei mai fatta però che tensione quella sera. Andò bene ma dovetti fermare la proiezione per qualche minuto, per pulire il finestrino. Le sigarette fumate quel giorno nel camerino avevano appannato il vetro. L’emozione e l’ansia mi frastornarono così tanto che appena finita la proiezione mi sedetti per terra con la testa tra le mani, cercando di recuperare il respiro.
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“E, striscianti sulla superficie della Terra, degli insetti chiamati ‘la razza umana’… Persi nel tempo. Persi nello spazio. E nel significato”

(Romeo Vernazza)