Inktober – Giorno 15: Outpost (e una poesia scivolosa)

Inktober – Giorno 15: Outpost (e una poesia scivolosa)

15 Ottobre 2020 0 Di Gli Epicurei

Massimo Guelfi
Inverno 1980.
La costruzione della tana è un istinto che non si sradica facilmente, anche nelle popolazioni fortemente urbanizzate.
Vivere in campagna facilita le cose anche in presenza di un’imponente erosione della proprietà privata, ma l’assenza di controllo consente ugualmente alla fantasia e al corpo di dominare l’ambiente circostante, adattandola a proprio piacimento. Nell’immaginario collettivo c’è, come massimo traguardo, quello della costruzione della casa sull’albero a cui all’istinto della tana si somma quello del riparo dalle fiere terrestri, anche laddove il pericolo maggiore fosse rappresentato esclusivamente dal tacchino, di cui sono note le capacità aviatorie. Per questo tipo di costruzione, però, si rende necessaria la collaborazione di qualcuno che provenga dal pianeta dei grandi, e da questa collaborazione generalmente arrivano ventate di disillusioni che vanno ad inquinare la purezza del torrente su cui si lascia scorrere la sorgiva fantasia del bambino. Vivere in città e vivere in un appartamento richiede, inoltre, anche la capacità di astrazione dall’ambiente circostante, per non cadere nella contraddittoria doppia negazione della tana nella tana. Sarebbe stata proprio quella la situazione in cui mi avrebbe potuto collocare un ipotetico osservatore esterno, accampato sotto un tavolo separato con delle coperte dal mondo esterno ,rappresentato dalla stanza dove mia mamma passava le giornate a cucire voluminose montagne di confezioni. Nel mio avamposto, con un mangianastri come unico compagno, sperimentavo il senso di libertà, separato dai pochi millimetri di quella coperta che funzionava da magico sipario tra la tana e la realtà.

Chiara Lecito

L’avamposto, uno dei racconti più belli di William Somerset Maugham, è contenuto nella raccolta Honolulu e altri racconti ed è ambientato nei mari del sud. La trama gira intorno allo scontro tra due ufficiali, e la cosa più commovente è che l’ostilità nasce da equivoci e da differenze di status che, con un po’ di buon senso, avrebbero potuto tranquillamente essere superate.
Ma ovviamente la vicenda finirà in tragedia.
E olé, un’altra rilettura si profila all’orizzonte.

Francesca Maggi
Si chiamava Mariacarla Pizzo Torrigiani, e riuscire ad ottenere quel primo appuntamento con lei fu il risultato di raffinatisdime tecniche diplomatiche.
Ricordo che quando finalmente mi concesse una passeggiata pomeridiana si presentò con quel suo faccino imbronciato e quella boccuccia di pesca, e quel profumo, Gocce di Napoleon, lo stesso che usava mia madre, e proprio questo dava al tutto un senso di proibito che allora non potevo comprendere in pieno.
La riaccompagnai sotto casa e ci salutammo con un castissimo bacio sulla guancia e la promessa di rivederci l’indomani.
Ogni appuntamento con Mariacarla era un’avvincente e faticosa partita a Risiko, ogni volta cercavo di avvicinarmi di più a lei, una mano che si poggiava sul ginocchio, un abbraccio più lungo del dovuto, la mia lingua che tentava delicatamente di crearsi un varco fra le sue labbra serrate.
Conquistavo appena millimetri del suo corpo con la stessa abnegazione di una legione romana che conquista avamposti in una terra inesplorata.
Da questi incontri tornavo a casa stremato ed eccitato.
Mi chiudevo in camera e mi masturbavo vigorosamente sull’unica immagine che avevo di lei: una foto di gruppo di quando andammo in gita con la quarta C ad Assisi.
Quel minuscolo viso da Madonna che si stagliava innanzi alla basilica di San Francesco dava al tutto quel tanto di peccaminoso da eccitarmi ancor di più.
Stavo letteramente impazzendo di desiderio e avevo fame di qualcosa che ancora non conoscevo.
Ho sempre odiato l’ora di ginnastica, non soni mai stato un grande atleta.
Una mattina stavo allacciandomi le scarpe, stanco e assorto, quando riesco a captare qualche frammento di conversazione fra quei bestioni di quinta.
“Ma chi? La Pizzo Torrigiani?”
Ho un fremito, mi accuccio, il cuore batte all’impazzata.
“Sì, quella che ha fatto un pompino ad Andrea sull’autobus…”
Gelo
“Assisi…”
“Sì…a mezza classe…”
“Ahahah…”
“Ma poi te la sei trombata, Andrea?”
Mio Dio Onnipotentissimo, cosa stanno dicendo?
Mi feci avanti, con un coraggio che non sapevo di avere e mi qualificai, serio ed impettito, come il di lei “fidanzato”.
Ci fu un boato di risate e sconcerie.
Quell’Andrea infine si avvicinò, mi mise una mano sulla spalla e sospirò bonariamente: “Sei proprio un bimbo”.
Cristian Borghini
Lunigiana, terra di frontiera.

Una terra che nei secoli ha ospitato i domini di ducati e signorie, su tutti i Malaspina. I vari borghi, bellissimi da visitare, sono nati come avamposti e insediamenti, dominati a loro volta dai vari castelli, alcuni dei quali in ottime condizioni e aperti al pubblico; su tutti, consiglio quelli di Fosdinovo, Malgrate, Bagnone, il Castello dell’Aquila a Gragnola, la Fortezza della Brunella ad Aulla, Castiglione del Terziere e il Castello del Piagnaro a Pontremoli, sede del museo delle statue Stele della Lunigiana

Valentina Bertolini
Aspettando i barbari di J,M. Coatzee

Perché anche in questo caso ci sarebbe pure Il deserto dei Tartari, ma questo l’ho letto.

Giuseppe Sunseri (su Slippery)

I tappeti persiani (scivolosi)

come ora la trama

di un tappeto all’occhio

propone un caos di

colori e linee

da irresponsabili

un caso e una rima

in un ordine scivoloso

ora lo governa.