Inktober – Giorno 13: Dune

Inktober – Giorno 13: Dune

13 Ottobre 2020 0 Di Gli Epicurei
Francesca Maggi
La parola dune mi riporta visivamente ad un celebre videoclip che andava spesso in rotazione su MTV nel 2002.
L’atmosfera era macabra e ricca di presagi e allo stesso tempo dolce e struggente.
Nel video c’è un bambino con sua madre su una spiaggia solitaria e si percepisce il senso di qualcosa di incombente.
Alla fine il vento confonde i sensi e i significati per diventare il vero protagonista.
C’è qualcosa di terribile che rimane inspiegato (la morte della madre?) come se queste immagini fossero il presentimento di un fatto terribile che accadde di lì a poco.
Nella notte fra il 26 e 27 luglio 2003 il leader della band Bernard Cantant uccise a pugni la compagna, l’attrice Maria Trintignan.
Ricordo che rimasi piuttosto scioccata da questa notizia.
Dentro le orecchie avevo ancora quella voce calda e rassicurante che si scontrava con l’immagine del brutale assassino.
Riguardo il video.
In effetti è come ci fosse qualcosa di irrisolto, tutto parla di morte, nostalgia e amara predestinazione.
Bisognerebbe sempre separare arte e vita.
Allora mi tengo la canzone.
E non penso a niente.

Valentina Bertolini
Dune, di Frank P. Herbert

Beh, perché era didascalico

Cristian Borghini
I Franti erano un gruppo underground torinese della prima metà degli anni ’80 (del secolo scorso). Rigorosamente autoprodotti (consideravano il copyright una forma di fascismo e non sono mai stati iscritti alla SIAE), si dedicavano all’hardcore folk. Qui linko un brano da solista della loro cantante Lalli, Tra le dune di qui, tratto dall’EP omonimo, che ho acquistato dallo storico (e purtroppo scomparso) Nirvana di Lido di Camaiore.

Massimo Guelfi
Inverno 2010.
Fissavo il monitor, davanti alla cabina di pilotaggio, dove venivano riportate tutte le informazioni salienti del volo, sullo sfondo di una animazione che riproduceva su un planisfero la traiettoria seguita dall’aereo, temperatura esterna, altitudine, velocità; senza dubbio, la compagnia Iberia ci teneva molto alla consapevolezza dei propri passeggeri, e per completezza, come ad alleggerire ancora di più la mia tensione ed avvolgerla con la coperta del fatalismo, ad intervalli regolari, compariva pure la scritta con il presunto orario di arrivo: Dakar, aeroporto de destino, 00:30 UTC! “Maledetti spagnoli” – recitavo tra a me rinnegando la scelta di partire da Madrid – “ma che razza di modo di definire la città di destinazione è questa?” – “Maledetta la corrida, la paella e la sagrada familia” – Poi l’attenzione si sposta sulla sigla UTC e proprio mentre stavo dipanando il complesso ragionamento con cui dovevo sottrarre – “o forse sommare?” l’ora legale a quella locale per sapere a che ora italiana sarei effettivamente atterrato, in una specie di stato ipnotico, cominciarono a distanziarsi tra loro le lettere della sigla per lasciar lo spazio alla comparsa di nuove. UTC…U T C…U T C…U s T i C a…UsTiCa! E’ allora questo il destino a cui si fa riferimento? Visibilmente sbiancato mi si avvicina la hostess che mi chiede – “Le gustaria algo de musica senor?” – Annuisco senza emettere nessun suono e mentre continuo a fissare l’immagine dell’aereo quasi a volerlo tenere in aria con la mia volontà, mi rintano sotto la mia coperta, mi metto le cuffie e mi lascio lentamente avvolgere dal sonno..”Te quiero/de una manera tan extrana que cuando lo cuento/noto algo sumergido al fondo de mi pensamiento/que baila con migo hasta hacerme dormir/Y en suenos te veo…”. Primo sobbalzo. Secondo sobbalzo. Al terzo mi sveglio e capisco che siamo atterrati su quel campo di patate pieno di dossi, noto all’ICAO con il nome di aeroporto Leopold Sedar Senghor, DKR. Anche il display mi conforta che l’altitudine è zero, e, a parte le dune della pista di atterraggio, posso disfarmi della coperta e rientrare ad essere il solo detentore del mio destino ,travestito di un costume occidentale cucito con il solo tessuto della responsabilità…

Chiara Lecito

Una delle pubblicità più belle di sempre, e Ray Charles era meraviglioso.