Inktober – giorno 9: Throw

Inktober – giorno 9: Throw

9 Ottobre 2020 0 Di Gli Epicurei

Cristian Borghini

 

Forza Viola Sempre 😉

Francesca Maggi
Tutti in campo con Lotti è un anime giapponese del 1984 tratto dall’omonimo manga di Tetsuya Chiba che narra le vicende di un giovane dall’animo gentile e un po’ ingenuo, povero e in sovrappeso che si mette in testa di diventare un campione di golf.
Negli anni ’80 eravamo sopraffatti da cartoni animati di sport di ogni tipo, che io dividerei in due macrocategorie: quelli teagico-nipponici come Mimì o Jenny la tennista e quelli della simpatica canaglia un po’ sfigata tipo Teppei o Gigi la trottola.
Lotti fa sicuramente parte di questa seconda categoria.
È un protagonista con caratteristiche da comprimario: goffo, tarchiato, col ciglio selvaggio e il ciuffo a tettoia, di umili origini e orfano di padre, in pratica l’esatto opposto dell’ideale estetico del golfista pottino (e stronzetto).
Lotti non era certo il cartone più bello in circolazione a quei tempi ma comunque si faceva guardare.
E fu così che io e mio fratello ce lo guardammo tutto, inspiegabilmente attratti da una trama scarnissima e dialoghi surreali su concetti a noi fino allora sconosciuti come patter, green, driver, o “palla in movimento deviata”.
Ma ciò che rimase miticamente scolpito nella nostra memoria è il mantra che il giovane lotti impiegava per colpire la palla in tre tempi:
“Spa-ghe-ttiii!!!”
Che non era altro che la traduzione perfetta di cho-shu-men il tipo di ramen che Lotti, da buona forchetta, adorava.
Fin da piccola ho sempre avuto la predilezione per i personaggi più sfortunati o che per lo meno partendo da una condizione di comparse della vita avevano meno fiato sul collo, su di essi si riversavano meno aspettative.
E quando ce la facevano era un vero successo.
Massimo Guelfi
Estate 2040.
Non c’è solitudine di fronte alla fine. Non più di quella che provai dopo la morte dei miei genitori. A distanza di pochi anni se ne andarono tutti e due lasciandomi il ruolo di erede di ben pochi beni materiali, e, soprattutto, quello di unico beneficiario di quel patrimonio genetico che continuava a replicarsi stancamente nelle mie cellule. A questo punto non provo neanche un moto di orgoglio, e potrei disfarmene in cambio di un po’ di hashish, ci fosse almeno un banco dei pegni interessato allo scambio. Il senso di libertà con cui ti illudono quelli di questa famiglia, quella dei cannabinoidi intendo, potrebbe essere eccessivamente effimero per il valore in gioco, e dovrei piuttosto prendere in considerazione l’egoistica e anonima donazione della metà di quello che sono alla banca del seme, l’unica istituzione che potrebbe essere ancora interessata all’articolo. L’investimento in una provetta sterile entro cui lanciare me stesso getta aria fresca nel polmone escatologico del mio bilancio, il respiro ritorna più profondo e rallento il tempo che mi corre davanti. Penso alla Panda parcheggiata in strada, nuovamente una Panda, questa volta il colore l’ho scelto io, questa volta con autoradio, aria condizionata e servosterzo, questa volta con sedili imbottiti. Mi sono proprio imborghesito, e mentre lo penso resisto alla tentazione di chiamare Diego per fargliela provare. Ho sicuramente ancora il suo numero in rubrica… non so: troppi anni sono passati senza farmi sentire. Penso che andrò a farmi un giro senza meta…
Chiara Lecito
C’è questo modo di dire, lanciare il cuore oltre l’ostacolo, che mi piace tantissimo, perché mi ricorda l’idea de Lo Zen e il tiro con l’arco di diventare il bersaglio, o, nelle arti marziali, diventare il tuo avversario (che in realtà il tuo opponente è il tuo maestro, in ogni campo, mentre l’avversario sei sempre e solo tu), o comunque essere quello che vuoi. Lo trovo un concetto rilassante e impegnativo al contempo; rilassante perché alla fine il grosso di qualsiasi conflitto/ questione è nella testa di chi lo vive, impegnativo perché scegliere dove lanciare il tuo cuore vuol dire scegliere chi si vuole essere, e questa è bisogna fare attenzione. ma per fortuna il cuore, la vita, l’identità sono cose leggere e irrilevanti, e come si possono lanciare si possono anche riprendere, o lasciarle lì dove sono e valutare il nuovo che ci troviamo davanti.

Valentina Bertolini
I Ponti di Madison County, di Robert J. Waller

Perché secondo me Francesca doveva scappare con Robert.