Inktober – Giorno 7: Fancy

Inktober – Giorno 7: Fancy

7 Ottobre 2020 0 Di Gli Epicurei

Cristian Borghini

Sto pensando di rifarmi l’impianto, l’amplificatore deve essere aggiustato e vedremo il piatto disco, e ho ripreso a ricomprare vinili, e di questo scriverò più avanti. Sto riascoltando un po’ di Prog, e alla parola Fancy mi è venuto in mente questo, che oltretutto su YouTube si trova anche intero.
Buon ascolto.

Chiara Lecito
Sto scrivendo questo post alle 9:45 di martedì 6 ottobre 2020.
Sono tutta storta perché alla mia gatta è venuta voglia di venirmi in braccio, e io, alle voglie della mia gatta, proprio non mi so opporre.
Adesso la delinquente sta facendo delle fusa da far tremare tutto il palazzo, e se solo penso di cambiare posizione mi ficca le unghie sulle cosce, e quindi me ne sto qui, con le gambe rivolte in una direzione e il torso diretto da tutt’altra parte, perché la mia gatta è bellissima e ronfante, e a cedere ai capricci di chi è biologicamente soddisfatto di sé e padrone del mondo c’è solo da imparare.

Valentina Bertolini
Il libro delle illusioni, Paul Auster, Einaudi

Perché il rifugio migliore è nella fantasia e nella propria testa.

Francesca Maggi
Il pallone dell’Alto Matanna.
Mi piace andare a zonzo per le Apuane e scoprirne miti e leggende.
La storia del pallone aerostatico del monte Matanna mi ha sempre affascinato, una storia vera ma tanto strana da sembrare inventata.
Alla fine dell’800 la famiglia Barsi gestiva l’Albergo Alto Matanna, un’elegante stazione climatica dotata di ristorante e tutti i comfort del caso.
Ma sorgeva un annoso problema: la struttura si trovava, e si trova ancora, a più di 1000 metri d’altitudine e si poteva raggiungere solo a piedi o a dorso di mulo.
Nel film Amici Miei il Perozzi ci dice che cos’è il genio: è fantasia, intuizione, decisione e rapidità di esecuzione.
E Daniele Barsi, il proprietario dell’albergo era un genio.
Progettò la realizzazione di un pallone aerostatico, anzi, un pallone frenato ancorato a terra da un sistema di cavi.
Il volo inaugurale con partenza da Grotta all’Onda ebbe luogo il 21 agosto 1910 e fu un successo clamoroso.
Il sogno si infranse nel 1911 quando una spaventosa tempesta distrusse il pallone e si portò via i cavi.
Nel punto di arrivo di arrivo della fantastica corsa rimane solo una targa commemorativa, che l’escursionista legge incredulo.
E così la storia diventa leggenda.

Massimo Guelfi
Inverno 2010.
Fu in quel modo che appresi che i Lemming erano dei roditori e che creavano una comunità sociale attraverso una comunicazione verbale. Sicuramente non è così semplice inserire questa informazione in una conversazione in uno di quei salotti aristocratici che mi vedono solitamente protagonista, ma in cuor mio sapevo che prima o poi mi sarebbe servita. Isolato nella mia torre senza socialità e senza comunicazione mi chiedevo se addirittura queste pallette di pelo fossero state capaci di raggiungere una organizzazione più evoluta della mia. “..mi scusi signorina lemming, vorrebbe gentilmente accoppiarsi con me?” ”vede tutto questo campo di tuberi?, un giorno sarà suo..”. Io non ero davvero capace? Forse era solo una questione di tempo e di attimi colti. La parabola comunicativa, in una relazione, raggiunge il suo apice e poi svanisce ritornando al punto di partenza. Trovarsi è un incastro tra l’ingranaggio della casualità con quello della determinazione, e alla fine io e Francesca ci parlammo. Il mitocondrio verbale entrò nella nostra proto-relazione trasformandola in una eu-relazione diventando una coppia, poi di nuovo due singoli e poi di nuovo una coppia. Quell’inverno passò da me per prendere alcuni suoi libri che mi erano rimasti dopo che ci eravamo lasciati, poco prima di Natale. Entrò e rimanemmo in silenzio sul divano. “Sono contento che sei passata, perché la conversazione è sfavillante!” le dissi cercando di rompere il ghiaccio di quella tensione che necessitava di essere smorzata. “forse è meglio se avverti che ti fermi anche a cena, perché non so se riusciremo a dirci tutto quello che dovremmo dirci, no?” continuai io. “stai zitto, scemo!” E mentre mi disse queste tre parole mi schiacciò contro lo schienale del divano salendomi sopra ed assicurandosi il silenzio serrando la mia bocca con le sue labbra. Non mi opposi all’esplosione della sua voglia perché era anche la mia, non avevamo più molto da dirci e quello rimase un capriccio passeggero prima che senza mai dircelo voltammo le spalle l’uno all’altra.