INKTOBER – GIORNO 2: WISP

INKTOBER – GIORNO 2: WISP

2 Ottobre 2020 0 Di Gli Epicurei

Massimo Guelfi
Pesce
Estate 1980.
Nella piccola casa al mare dei miei zii, io e mia cugina Laura venivamo spediti in camera a dormire subito dopo pranzo con una insindacabile direttiva che evidentemente fondava le sue ragioni sull’imperituro convincimento che la calura estiva si potesse combattere solo con il silenzio e le tapparelle abbassate. Non esisteva nessuna possibilità di opporvisi, tanto meno se nel tragitto tra la cucina e la camera ti capitava di incrociare il severo sguardo di nonno Terzilio. In quella frazione di secondo rimanevi sospeso tra il tuo tentativo di recuperare con un sospiro tutto il tuo coraggio e la lieve torsione del collo che dispiegava davanti a te la cruda autorità del volto di chi poteva schiacciarti rivendicando di esser sopravvissuto alla guerra. Il silenzio dell’attimo veniva interrotto bruscamente dal rumore della frettolosa ritirata di ogni abbozzo di ribellione all’interno della grotta più segreta della tua codardia e dalle cicale che in un crescendo ritmico accompagnavano la solennità della nostra marcia verso la camera. Il triplice fischio della capitolazione, divenuto il nostro unico ed ineludibile destino, ci restituiva con il suo fragore, la certezza che addormentarsi sarebbe stato impossibile. Infatti, lo era, nonostante l’autoimposizione di uno stato di catalessi che potesse sopraggiungere repentino per la sola chiusura delle palpebre, io, che dormivo nella parte sottostante del letto a castello, iniziavo a spingere con i piedi il materasso del letto di sopra per sondare se anche mia cugina si fosse fintamente appisolata. Nessuno di noi due aveva la minima intenzione di cedere al sonno ma certo non volevamo neanche rischiare di emettere alcun rumore per non incorrere nel richiamo di chicchessia. Non avendo molto da fare, valorizzavamo al massimo l’unica cosa che ci rimaneva a disposizione: armati della sola nostra fantasia iniziavamo la sequela di facce buffe nella speciale competizione delle abilità segrete. Il suo super potere consisteva nell’imitazione del pesce boccheggiante serrando al centro della bocca le sue labbra. Non era necessario neanche vederla realmente, mi era sufficiente sentire il leggero cigolio che la rete del letto faceva quando mia cugina si sporgeva verso il basso. All’istante mi immaginavo il suo viso scoppiando in una risata che riuscivo a malapena a soffocare nel cuscino. Alle quattro la prigionia terminava ed armati di costume, secchielli e palette potevamo tornare in spiaggia per riunirci a tutti gli altri pesci di mare o di letto che quel posto avrebbe potuto offrirci.

Ricciolo
Primavera 2030.
Sono in bagno con il rasoio in mano e mi assale la nostalgia per la capacità che avevamo di generare mondi, avendone a disposizione uno solo e per giunta misero. Davanti allo specchio vedo il mio viso invecchiato e ripenso con tenerezza a quel pesce che nasceva sul volto di mia cugina. Negli anni della maturità la ricostruzione mnemonica della vicenda mi spinse ad una interpretazione postuma con la quale le attribuii una forma di genialità involontaria nella scelta simbolica del linguaggio non verbale del pesce costretto dalla sua natura ad una comunicazione muta: la denuncia bianca della condizione di chi costretto al silenzio trova, in clandestinità, la sua forma espressiva. Provo a replicarlo ma quello che vedo è soltanto la decadenza della carne e nessuna risata ha più bisogno di essere dissipata. E’ la visione intermedia quella che ti sfigura maggiormente, se potessi scrutarmi da molto vicino in volo radente sulla pelle, a bordo di un velivolo micrometrico, vedrei le mie cellule epidermiche divenire appezzamenti di terreno variamente coltivati e mi apparirebbero in modo non dissimile da quelle di un neonato; oppure se potessi scansionarmi da così lontano da avere come strumento esclusivamente un telescopio James Webb vedrei la mia traccia infrarossa come un semplice pallino su un monitor fluorescente così come potrebbe apparire una supenova dall’altra parte della galassia. Invece mi trovo intrappolato in questa dimensione metrica che possiede il solo merito di amplificare i miei difetti. La tanto osteggiata presbiopia risulta essere l’unica provvidenziale alleata contro l’invecchiamento cellulare: una patologia che in un colpo solo ribalta se stessa facendosi cura e restituendo legittimamente al grano tutte le coltivazioni mondiali di aloe vera. Non esisto più io davanti allo specchio e nell’immagine riflessa non è un rasoio e non è una testa quella che mi viene restituita: è la mia mano che guida una falciatrice su un pianeta che reclama il suo maggese. Non è l’ultimo ricciolo bianco quello che viene rasato ma o sbuffo di terra arata o polvere stellare non potrà più fare molta differenza ormai…

Elio Marracci

 

Francesca Maggi
Fuoco fatuo
La mancanza di una gioventù ben spesa
rende la maturità interessante.
L’accettazione del caos
fa parte del bilancio.

Valentina Bertolini
Riccardin dal ciuffo – Amélie Nothomb (Voland)

 

Chiara Lecito
Fuoco Fatuo è un film di Luis Malle del 1963 che vidi eoni fa, a un cineforum o qualcosa del genere. Ricordo che allora mi piacque da morire perché all’epoca avevo una passione per i suicidi, mentre adesso provo disagio, se non una vera e propria ostilità, verso le persone sensibili e iper-reattive. Comunque quello di Malle rimane un film splendido, quasi quasi vado a ricercare.

 

Cristian Borghini

Chioma fluente e ricciuta, occhio bistrato, look dark e bella bevuta in un Halloween di qualche anno fa.