“Mal d’Africa” (Scraps Orchestra)

“Mal d’Africa” (Scraps Orchestra)

21 Settembre 2020 0 Di Gli Epicurei
Chissà come erano gli occhi con cui ti ho avuto ed odiato
E di quali rimorsi avrai vestito il passato
Ci si inventa una stagione d’assalto
Un abbaiare a semafori e stelle
Come un intarsio di rame e cobalto
Nelle istruzioni sul vender cara la pelle.
Non si allunga di un centrimetro l’ombra
Ricamata alla base del tempio
Anche il sole gioca un’anima sgombra
Nel bel mezzo del fradicio scempio.
Passo in rassegna la mia collezione di CD, e i pochi vinili, e mi rendo conto che sono tutte vestigia di un periodo brevissimo, quel luminosissimo inizio millennio. Sono acquisti, prestiti in attesa di restituzione, masterizzazioni e anche azzeccatissimi regali.
Il diavolo di mezzogiorno me lo regalò l’amico Massimo, per il mio compleanno, era il 2003.
Il 2003 per me fu un anno di passaggio, quei periodi folli e tormentati, dopo i quali ti guardi indietro, non ti riconosci e ti chiedi: “ma ero proprio io?”.
Mal d’Africa è uno struggente valzer, di quelli che potresti ascoltare in una polverosa sala da ballo, alla fine del tempo.
Al centro della sala c’è una coppia fuori moda e senza età che continua a ballare.
La fisarmonica lascia il posto ad uno struggente violoncello, sulla base di una chitarra, precisa e poco incline alla compassione.
La nostalgia ti prende allo stomaco.
Senti che prima della fine della canzone dovrai trovare una soluzione, perché le luci del locale si alzeranno.
La festa è finita, gli amici se ne vanno.
Francesco Motta, cantautore pisano, dice così:

La fine dei vent’anni è un po’ come essere in ritardo,
Non devi sbagliare strada
Non farti del male
E trovare parcheggio

Ecco, io i pisani non li ho in grande simpatia, ma mi sa che c’ha ragione.

(Francesca Maggi)