Recensioni elementali – Acqua: “Le isole di Norman” (Veronica Galletta)

Recensioni elementali – Acqua: “Le isole di Norman” (Veronica Galletta)

15 Settembre 2020 0 Di Gli Epicurei

Elena, la protagonista de Le isole di Norman (edizioni Italo Svevo), esordio di Veronica Galletta, è una matricola universitaria che cerca la madre scappata di casa per tutta l’isola di Ortigia, e la cerca lasciando e disegnando mappe; ma queste mappe non servono solo a ritrovare lei e far sì che lei si ritrovi, ma sono un tentativo della protagonista di dare ordine a una serie di eventi passati e futuri e talvolta trascendenti lei stessa, e trovarne una spiegazione che sia una, solida, esatta. 

Il romanzo di Galletta scorre, ma non nel senso di facilità o che, ma proprio nel senso è quella dell’autrice è una scrittura liquida: talvolta ristagna, a volte scivola con pacatezza, a volte avanza d’impeto, a volte s’infila negli anfratti; ed è un raccontare che si modella, si adagia, si adatta ma che comunque corrode, logora, si giostra tra il fatto narrato e l’incertezza che il fatto sia quello, mina alla radice quello che viene detto, colora tutto di una punta di ambiguità, d’insicurezza, capace di destabilizzare non solo la protagonista ma anche chi legge, perché lo stile di Galletta è la classica acqua cheta che corrode i ponti.

Il concetto stesso di “mappatura” e quello di “archiviazione”, basi attorno alle quali si costruisce l’intera opera, dimostrano molto fragili e porose fin da subito: vuoi perché i ricordi hanno la solidità che hanno, vuoi perché per loro natura le storie si intrecciano ad altre storie e confluiscono in esse senza però fondersi, vuoi perché il modo in cui una storia viene raccontata influisce sulla storia stessa, esattamente come influisce il modo in cui questa storia la si ascolta, esattamente come influisce il rapporto che abbiamo con chi questa storia, queste storie, che convergono e si escludono a vicenda e nello stesso tempo, ce le narra.

Di solito dico che se si parla troppo dello stile di un romanzo è perché oltre allo stile non c’è granché da lodare, e Le isole di Norman è un romanzo che effettivamente non ha molto da dire. Il fatto è che la narrazione, come ho scritto sopra, sembra negare quello che narra, discutendolo in modo così radicale da, per certi versi, lasciare il lettore a bocca asciutta; ma la cosa bella è che questo non è un gioco, ma una riflessione assorta e ponderata sull’atto del narrare e del narrarsi, e sulle conseguenza che questo a sul vivere, e questa riflessione coinvolge sia la nostra protagonista che noi stessi.
E se questo libera o atterrisce lo possiamo decidere solo noi.

(laChiara)