Mr Hyde Frammenti: LA COGNIZIONE DEL DOLORE ZOMBI (Pieno di zombi in giro e ci fosse uno che mi aiuti a spingere l’auto che non parte)

Mr Hyde Frammenti: LA COGNIZIONE DEL DOLORE ZOMBI (Pieno di zombi in giro e ci fosse uno che mi aiuti a spingere l’auto che non parte)

12 Settembre 2020 0 Di Gli Epicurei
– Ricordi quel film che si chiamava La notte dei morti viventi?
– Certo, sì. È quello dove i cadaveri si mangiano la gente! Certo.. Ma che cosa c’entra?
– Lo sapevi tu che la storia di quel film è una storia vera?
Frank e Freddy – dal film Il ritorno dei morti viventi
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Quando La notte dei morti viventi giunse nelle sale io giocavo ancora con i soldatini, provocando immani stragi virtuali con una pletora di piccoli indiani, cow boy, nordisti, sudisti, barbari, romani schierati tutti insieme in alleanze impossibili e atemporali.
Il film vidi un bel po’ di anni dopo, in Tv, ormai consacrato come capostipite moderno del genere, ridefinizione di un mito offuscato. Quando dieci anni dopo uscì Zombi (Dawn of the dead, 1978), sempre di George A. Romero, l’horror ormai era la mia passione, avevo vent’anni e possedevo una Mini Cooper quasi alla frutta, regalo di mio fratello maggiore, così, per sbranarmi nella guida. Facevo giri non brevi ma lunghi fino a Savona, dall’eroico edicolante della stazione. Era l’unico che trattava giornali esteri e mi faceva arrivare Fangoria. Mi consegnava la rivista americana senza battere ciglio, nonostante le copertine truculente, nessuna curiosità, nessuna domanda, da vero ligure che si rispetti.
Ogni viaggio era un’avventura, perché la Mini aveva il motorino di avviamento da cambiare ma costava cinquecentomila lire! Così per partire spingevo l’auto, entravo dentro velocemente e ingranavo la marcia; altre volte chiedevo a qualche passante di aiutarmi a spingere oppure, se potevo, parcheggiavo già in discesa, pronto per. A ripensarci ero davvero un eroico demente ma a quell’età mi sembrava quasi normale avere partenze faticose, visti gli anni passati a spingere vespe e lambrette.
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Comunque, la testa pelata mezza corrotta nel manifesto di Zombi mi diceva Paura e mi inquietava ancor più sapere che nel film c’era la zampaccia di Dario Argento, che mi aveva traumatizzato anni prima con Profondo Rosso. Colpa mia che andavo a vedere i film de paura da solo, perché gli amici al cine ci andavano solo per ridere. Le notti peggiori comunque le passai dopo L’esorcista, visto a quindici anni, sempre da solo, sala semivuota, spettacolo del pomeriggio ma questa è un’altra storia. Visti i precedenti, riuscii a portare Ragazza con me a vedere Zombi e tutta quella carnazza non ci spaventò quasi per nulla. Il film bastava già per l’idea del centro commerciale come luogo identitario degli zombi, involontari nostalgici della loro vita passata, metafora della società contemporanea in cui si consuma sin dalla nascita e non si crepa mai abbastanza.
Nel dopo film seguì un’appassionante discussione con Ragazza sulle gradazioni di sfiga nella sopravvivenza in un supermercato infestato di morti viventi. Troppo facile asserragliarsi nel reparto Alimentari, certo, e se fosse stato il reparto Ferramenta? Allora addio! Il reparto Profumeria? Qui il dibattito si accese: le creme di bellezza potevano essere assimilate alla maionese? Forse, – rispondeva Ragazza, – d’altronde se fanno bene alla pelle… Già, ma gli eccipienti? Non c’era forse scritto “per uso esterno”? E i profumi, il 95% è alcol, no? Ci si può almeno ubriacare? E qui e là e su e giù.
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Da quel giorno elaborai due assunti fondamentali: 1) mai più andare al cinema da soli; 2) gli zombi non facevano mica tutta questa paura, anzi: cominciarono ad annoiarmi, erano la pecora nera della personaggistica horror. Tristi, poveri fantaccini con addosso il vestito di quando li avevano sepolti, puzzolenti, lamentosi, asociali, lenti, prevedibili. Bastava capire in ogni film che a quei cascamorti dovevi sparargli in testa e bon, ma poi chissà perché, visto che il cervello in poltiglia ce l’avevano già? Mah.
Quelle caratteristiche immutabili hanno generato una filmografia cartacarbone come le denunce dai carabinieri, con luoghi comuni rassicuranti e un po’ pedanti come i tanti Venerdì 13, perché sai sempre come va a finire, con quegli zombi che spuntavano dappertutto, massa indistinta senza capi: il cadavere del proletariato in lotta, rivelato in tutta la sua miseria da ridere in un film come La notte dei morti dementi (2004).
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Quasi vent’anni dopo La notte dei morti viventi, la fenomenologia degli zombi cambiò nuovamente per merito di un film poco apprezzato e ignorato degli storiografi dell’internet ma fondamentale per il genere: Il ritorno dei morti viventi (The Return of the Living Dead, 1985), diretto da Dan O’Bannon, grande genio incompreso, già sceneggiatore di Alien (1979) e tanto altro. Un film strampalato e punk (mi ricordò Ridere per ridere di John Landis), eccessivo nella sua vena ironica e tragico nella recitazione ma profondamente innovativo. Basta cadaveri ambulanti lenti come la fame, gli zombi ora correvano come forsennati e allora sì che erano cazzi! Già, a loro non sarei certo sfuggito con la mia Mini a spinta forzata – pensavo – e in quegli anni tutto divenne più veloce e frenetico: il calcio, la politica, la comunicazione, la vita e da lì in poi non si fermò più, con il villaggio globale e i social del disagio.
Altra innovazione di quel film: gli zombi parlavano e pensavano! Dopo aver attaccato un’ambulanza e sbranato i militi, impugnavano il microfono della radio comunicando alla centrale:
– Mandate altri soccorsi!
Il miglior frammento del film, per me una pietra miliare nella storia del genere, è la scena della donna zombi legata a un tavolo operatorio. Pur con un’animazione ancora imperfetta, quel tronco di donna, privo di gambe e bacino, parla, dialoga, soffre, il suo moncone vertebrale fa quasi tenerezza mentre scodinzola, si lamenta che sente Dolore! Dolore! Perché? – Le chiedono.
Perché – dice – essere morti dà dolore, mangiare cervelli fa diminuire il dolore di essere morti, il dolore del disfacimento.
La breve scena, guardatela, è qui:

La paura della morte è naturale, ma il morto vivente che prova un incessante dolore per la sua condizione fornisce una diversa carica innovativa di orrore e sconforto. Grande O’Bannon, lucido innovatore ma incurante cineasta e chissà se fu in qualche modo ispirato dal video Thriller con Michael Jackson e gli zombi danzanti, uscito due anni prima e diretto proprio da Landis.
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Da allora in poi c’è stato un florilegio di film e serie del genere, l’Apocalisse Zombie è diventata un luogo comune, sorgente di sperimenti sociologici e di esercizi di critica retorica. Un filone nutrito e variegato, con alcune cose belle e vivaci e molte brutte e stanche. Un alternarsi di brevi luccicanze e, come scrisse Alberto Moravia, un po’ di noia, una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà.
(Romeo Vernazza)