In Quieto

In Quieto

4 Settembre 2020 0 Di Gli Epicurei
Lo zio Antonio diceva sempre che i giovani, proprio perché sono giovani e quindi stupidi, sono tutti di sinistra, quando cresci e cominci a capirci qualcosa diventi per forza di destra.
Erano allora i tempi del P.C.I. e della Democrazia Cristiana, ma per Carlo la politica era semplicemente qualcosa che accadeva altrove, lontano, molto lontano da San Pellegrino in Alpe.
Avere 16 anni è un accidente superabile.
Avere 16 anni nel 1974 in un paesino di 315 anime è una sorta di punizione divina.
Dopo le medie aveva smesso di andare a scuola e passava le sue giornate attaccato ad una radiolina che funzionava poco e male, oppure vagava per i boschi parlando a voce alta a se stesso, sognando quell’altrove impossibile e indefinito.
Suo cugino Vincenzo era il tramite fra il tutto e il niente.
Lui era grande, bello e faceva l’università a Bologna. Quando tornava in paese con i suoi racconti era capace di illuminare il suo mondo, gli portava libri, dischi ma soprattutto sogni.
Quella famosa estate gli propose un folle viaggio: loro due soli, destinazione Berlino!
Il contrasto fra il suo mondo immobile ed antico con questa città immensa e contraddittoria ebbe su Carlo un effetto deflagrante, scatenando una sorta di cortocircuito.
Decidere di rimanervi non fu neppure una vera decisione, ma un’esigenza fisica.
Andò a vivere insieme a dei sedicenti artisti in uno scantinato che era stato un cabaret negli anni ’20 e che ribattezzarono “l’ambasciata russa”.
Fu a Berlino che si impossesso di lui la sacra passione della musica, un rock mai sentito, violento, una musica anarchica che altri in seguito ed erroneamente avrebbero definito “punk”.
La notte scriveva brevi testi infuocati, che la mattina diventavano canzoni profetiche.
Carlo rimase a Berlino sette anni ma non imparò mai il tedesco, cantava in italiano parole di miele che si fondevano con originalità a una musica difficile e sofferente.
Il suo successo fu sotterraneo e al contempo enorme, ad un tratto Carlo era famoso come Bowie.
Più si nascondeva, più si truccava da vampiro, più lo amavano.
Seppe raccontare in parole amare e cristalline il suo tempo in tre dischi pubblicati in tre anni.
Poi più niente, agli inizi degli anni ’80 la sua vena creativa si prosciugo in maniera repentina, sentiva di aver detto tutto, troppo in fretta e forse in anticipo sui tempi.
Visse poi per vent’anni delle sue stesse briciole: rilasciò interviste, si esibì in sporadici ed epocali concerti, curò in maniera maniacale il proprio personaggio.
Scrisse un’autobiografia, ma gli sembrò di scrivere la vita di un alto.
Che fine avevano fatto quelle parole di fuoco, quel messaggio difficile ed universale?
Era diventato straniero e se stesso, si era venuto definitivamente a noia.
Il sei aprile del 2003 tornò a San Pellegrino.
Aveva bisogno di una cura.
(Francesca Maggi)