That’s Life! Parte 3: “Osvaldo, l’algoritmo di Dio” (Renato de Rosa)

That’s Life! Parte 3: “Osvaldo, l’algoritmo di Dio” (Renato de Rosa)

2 Settembre 2020 1 Di Gli Epicurei

A pensarci bene, può sembrare insolito considerare un romanzo che racconta di un algoritmo misterioso che dà consigli di vita (scegliendo però sempre tra due opzioni) e pare onnisciente, con tutti i risvolti spionistico-etici del caso, come un qualcosa che parla della vita così com’è, ma il fatto è che Osvaldo, l’algoritmo di Dio di Renato de Rosa (Carbonio editore) parla della vita così com’è.
Perché in fondo vivere significa imparare a destreggiarsi tra i bivi che la vita ci impone cercando di ottenere il meglio dalla situazione in cui ci si trova e mantenendo la mente abbastanza lucida per capire il prima possibile che strada abbiamo preso e da che parte ci porta; e Renato de Rosa alla fine parla di questo, dell’impegno e della responsabilità che comporta fare delle scelte, dell’imparare a porre le domande giuste, della maturità che occorre per vivere la propria vita.

Va bene per voi se diciamo che l’intelligenza è la capacità di risolvere problemi?

Dario è protagonista e voce narrante della vicenda, e si trova in una situazione di stallo: la sua non è una vita sgradevole (ha dei compagni di lavoro con cui si trova bene, degli hobbies e degli amici) ma non si capisce in che direzione vada. Poi arriva Osvaldo, l’algoritmo del titolo, e la cosa ganza è che Dario rimane esattamente quello che è. Si ragiona sull’intelligenza artificiale, sulla capacità che questa ha di creare opere d’arte, sull’origine dell’algoritmo e sulla possibilità di farci dei soldi, ma la vita non viene minimamente messa in discussione. Più volte Dario è accusato di essere troppo razionale e  cerebrale ma, a mio parere, in realtà è solo un po’ immaturo, timoroso, di quelle persone che aspettano l’imbeccata per poter agire, e che poi si fanno mille pippe sull’imbeccata stessa.
La cosa ganza è che quando lui arriva a porre ad Osvaldo la sua domanda, la domanda delle domande, ecco, lì de Rosa tira fuori l’ironia massima e, sebbene la trovata non mi sia giunta come una sorpresa, un sorriso me lo ha tirato fuori lo stesso. Tiè, ho pensato, ti sta proprio bene, con tutto che Dario mi è stato anche simpatico.

D’un tratto mi sentii amareggiato, tradito e pugnalato dall’intelligenza, dallo studio, dal sapere e dalla fiducia che avevo riposto in essi. Ero stato imbrogliato, abbindolato, raggirato. Credevo di essere forte e invincibile, e adesso mi rendevo conto di possedere delle armi, se non del tutto inutili, di sicuro molto spuntate.

Più volte l’autore ha dichiarato che nel suo romanzo il lettore può vederci quello che meglio crede, ovvero una storia umoristica, o fantascientifica, o un thriller leggero o un romanzo di formazione, e a mio parere è proprio questa duttilità d’interpretazione a renderlo una perfetta rappresentazione del vivere, perché i grandi temi che vengono sfiorati (libero arbitrio, responsabilità, etica) sono quelli che affrontiamo tutti, e tante volte questi temi non li affrontiamo neanche, ma li guardiamo toccarci, e alla fine siamo noi e solo noi a dare un’interpretazione di quello che succede e farci tornare le cose, cose che alla fine sono una sequela di fatti che possono essere buffi o inquietanti o complicati, ma alla fine sono quello che sono e la lettura che ne diamo è solo roba nostra.
E allora Osvaldo si risolve in una lettura leggera ma non inconsistente, divertita, a suo modo anche enigmatica, di quegli enigmi che ci troviamo a indagare ogni giorno.

(laChiara)