That’s Life! Parte 2: “La chiesa del Diavolo e altre storie” (Claudio Bocchi)

That’s Life! Parte 2: “La chiesa del Diavolo e altre storie” (Claudio Bocchi)

1 Settembre 2020 2 Di Gli Epicurei

C’è traccia dell’anima del calligrafo che ha vergato e replicato ogni carattere con precisione maniacale, ma senza eccedere in ornamenti, con compostezza, quasi a significare che l’arte della bella grafia ha una sua misura. È già esperienza questo sfogliare.

Parlare di La chiesa del Diavolo e altre storie di Claudio Bocchi (Betti editrice) mi fa un po’ strano, perché non solo io di questo libro ho letto la prima stesura, ma anche perché è stato attraverso quella prima stesura che è nata un’amicizia di quelle che ci si vede poco ma quando ci si vede è sempre una gioia, che poi è la stessa gioia che traspare da questi racconti, anche quelli più truci: la gioia di condividere una storia, condividere un aneddoto, commentare un fatto o un frammento di vita che si è trovato interessante. Che si tratti del racconto di ricerche d’archivio che svelano un fatto atroce (La Donda) o la storia di una vocazione religiosa e del suo esaurimento (Il dono) o della cronaca di momenti contemplativi (i due Intermezzi), c’è un senso di accoglienza e di affetto per questi racconti che rilassa in modo umano e intelligente e fa bene all’anima.


Ed è una cosa ganzissima, perché Bocchi si pone come un narratore dei fatti che gli capitano o sui quali va a indagare, fatti che diventano storie (o racconti di storie, come ne La Donda, a mio parere uno dei migliori, che richiama moltissimo la struttura del precedente romanzo dello scrittore, Il cencio nero, in cui un indagatore incontra una persona a sua volta spettatore distaccato ma partecipe della vicenda raccontata – voglio dire, la ricerca della storia che diventa parte della storia stessa e io per queste cose ci muoio un po’ dietro), come un riflettore o una lente d’ingrandimento che va a centrare il punto senza ricamarci troppo intorno.

Nel tempo, quella storia è scivolata in ombra, sempre meno accessibile, sfiorata a volte e subito messa da parte, quasi fosse stata un inciampo lungo il cammino.

Ecco, io credo che la dote maggiore di Claudio Bocchi sia questa fiducia assoluta ma non arrogante in ciò che sceglie di raccontare, affidandosi interamente alla vicenda, limitando i suoi interventi di narratore a sfumature, sposandosi con le varie vicende senza padroneggiarle, ma solo filtrandole con uno sguardo pulito che guida il lettore ma senza obbligarlo, perché alla fine la vita è quella che è ed è affascinante per quella che è.

C’è, in Bocchi, questo profondissimo rispetto per ciò che si racconta, ma questo rispetto non diventa mai ossequio, un distacco che non è mai distanza, una sobrietà che rasserena, tranquillizza, che rende in una maniera esatta da far paura la transitorietà delle cose e la gioia che sta nello scovare un qualcosa che possa essere materia di racconto.
E ti vien voglia di fare altrettanto.

(laChiara)