Il veleno: “La zattera della Medusa” (Franzobel)

Il veleno: “La zattera della Medusa” (Franzobel)

26 Agosto 2020 0 Di Gli Epicurei

Risparmio a Vostra Maestà la descrizione delle orribili scene causate dalla fame e dalla disperazione accadute su quella zattera.
E risparmio a Vostra Altezza serenissima anche la descrizione delle spaventose atrocità che sono state commesse in tredici giorni di abbandono. Al contrario mi rammarico profondamente che i giornalisti abbiano svelato dei fatti che sarebbe stato molto meglio tenere celati per sempre all’umanità.

Il fatto è che i problemi sono cominciati prima, e Franzobel lo fa ben capire partendo dalla fine della fine, ovvero quando i fatti sono stati (mi si perdoni il gioco di parole), ben digeriti ed evacuati, quando i superstiti sono stati più o meno allontanati e dimenticati e la cosa pubblica ha nascosto sotto il tappeto questa spaventosa sporcizia endemica e connaturata alla razza umana, rivelando un’inadeguatezza e un’insufficienza tali da lasciare sgomenti.
Perché la cultura borghese, come diceva il buon Pasolini, fagocita tutto. Alla lettera.

Io leggevo La zattera della Medusa (edito da Il Saggiatore) e facevo gli incubi, perché l’orrore cresceva di pagina in pagina e io avevo la consapevolezza che il peggio doveva ancora venire. Perché alla fine il cannibalismo non è altro che l’estrema conseguenza di un senso di sopraffazione viscerale, animalesco, che ogni pretesa di civiltà (qui ci si riferisce alla Rivoluzione Francese, ma Franzobel fa chiaramente capire che il discorso può essere riferito a qualsiasi tentativo di civilizzazione imposta, magari condita dalla poesia di magnifiche sorti e progressive) finisce per incarognire, tanto che il tripudio di morti e di atrocità che si sviluppa nella seconda metà del romanzo lo si accoglie quasi con sollievo; ma attenti bene a quel quasi, perché la tensione viene risolta in maniera parziale, del tutto insoddisfacente, perché questa vicenda rappresenta un fallimento talmente grande per l’intelligenza e la compassione da non poter essere affrontata se non nel pettegolezzo, nell’orrore compiaciuto, nell’ipocrita pudore che vuole che questi fatti non vengano raccontati.
Ed è terrificante vedere come queste cose accadano tutt’ora, ogni giorno e in ogni parte del globo.

Tuttavia una cosa che può salvarci, o, perlomeno, alleviare il senso d’impotenza che ci attanaglia durante la lettura di questo romanzo c’è: l’arte. Perché Gericault prima che un pittore è un indagatore della verità implacabile, ferocissimo non d’idealismo ma di vita, di voglia di comprendere e di restituire la disperazione, diffidente nei confronti della voce del più forte e più vigliacco, ovvero colui che si appoggia al pudore e al senso comune. 

Ecco, la sfida che ci lanciano Gericault è Franzobel è questa, l’eterna sfida dello studio della vita e della complessità.

(laChiara)