Qualcuno lo (ri)traduca: “The devil tree” di Jerzy Kosinski

Qualcuno lo (ri)traduca: “The devil tree” di Jerzy Kosinski

6 Luglio 2020 0 Di Gli Epicurei

Ho letto The devil tree qualche anno fa, e mi è venuta voglia di scriverne qualche giorno fa, mentre finivo di leggere So much blue. Il fatto è che a me le odissee esistenziali piacciono tantissimo, tanto più se condite con quel senso di mistero che non trova mai soluzione, neanche davanti a sé stessi.

Unlike my natural drives for sex, sleep and food, my depression arises from my failure to arm myself morally, spiritually, and philosophically against such doubt and despair.

Adoro quelle vicende in cui il protagonista è perso in una selva oscura senza rendersene conto, una selva oscura allusiva ma fitta, inestricabile, e si ritrova privo di modalità, di codici con cui comunicare e rapportarsi con il mondo, una selva che neanche si sa come ci si ritrova, che neanche si riconosce, e che tante volte è più simile a un deserto ghiacciato che a un luogo sì cupo, ma rigoglioso di vegetazione; un luogo talvolta pulitissimo, limpido, cristallino, ma misteriosamente ostile, che più lo si conosce più diventa minaccioso, ma di una minaccia invisibile, diffusa nell’aria, che si respira ogni giorno, di fronte alla quale si è al contempo disarmati e abituati. 

Il protagonista Jonathan Whalen è un multimilionario e niente altro, con una storia alle spalle canonicamente infelice fatta di rapporti genitoriali asettici e sottilmente crudeli, di droghe, di generale mancanza di senso; e mentre chi lo circonda sguazza e si sollazza di una superficialità che investe tutto Whalen è tormentato da carenze che sente di avere, che avverte in maniera talvolta vaga e alle quali non sa porre rimedio. Lui stesso si riconosce disarmato davanti a sentimenti e situazioni che sono un nemico dalle valenze astratte, e se non si conosce se stessi e il nemico ogni guerra è destinata alla sconfitta.

Once when I was considering going through psycho-therapy, Karen warned me that it is a bit like the treatment for a broken shinbone that has mended crookedly; to correct it, breaking the bone again is often necessary. But, unlike bone surgery, psychotherapy offers no anesthesia, no clearly defined period of healing, no assurance that things will ever mend, and for a while your new walk might seem like a limp to you and those who know you.

C’è questa cosa del bisogno di corazzarsi eticamente, filosoficamente e spiritualmente contro il dubbio e la disperazione che mi è entrata nel cuore e mi rimbalza in testa, perché a mio parere è lì che gira tutto quanto, ed è lì che il personaggio di Whalen da particolare diventa universale, in questo bisogno di un’armatura che non sia solo atta alla difesa ma soprattutto all’attacco e al controllo; nello specifico, un controllo che nasce dal riconoscere quanto, nelle nostre vite, è dovuto al caso e non a un lavoro , a un percorso, non è una ricompensa ad un modo di essere. 

Che poi, a mio parere, questa mancanza di crescita psicologica o di psicologismi in generale non è affatto un difetto: anzi, mi piace questa concezione dell’umano come parte di un paesaggio sociale, ambientale, filosofico ed etico dai confini vaghi, sconosciuti e misteriosi, un paesaggio la cui esplorazione non è affatto consequenziale ma intuitiva, andando avanti e indietro nel tempo, spesso addirittura senza ben capire il prima e il dopo, ma muovendosi in un ostile e minaccioso ed eterno presente.

People see exactly what they want to see.

Ecco, io questo libro l’ho adorato, e mi spiace pensare che pochissimi avranno l’opportunità di leggerlo e che sono decenni che non viene tradotto. Mi spiace perché, a parte il fatto che Kosinski è uno di quegli autori che parlato a te e te solo, a mio parere The devil tree è una descrizione esattissima e perfetta di quello che siamo e che stiamo diventando: creature che non si conoscono e che non sanno come muoversi e dove andare, e che rispondono a questa situazione distruggendo e autdistruggendosi con una rabbia spaventosa.

(laChiara)