Pubblicità al quadrato

All’epoca dei fatti narrati, il tessuto economico manifatturiero aveva ancora un ruolo attraente per la capacità di coprire le esigenze occupazionali del paese. La massa impiegata veniva ripagata con retribuzioni sufficientemente eccedenti a quelle necessarie al soddisfacimento delle esigenze personali, che di poco sconfinavano dal minimo mantenimento dell’esistenza. Si creava un ceto medio che aveva la consapevolezza di arricchirsi per il frutto del proprio lavoro, e anche il crescente saldo del conto corrente ne era un positivo indicatore. Ovviamente questo avveniva a velocità diverse a seconda della scala gerarchica della filiera produttiva, ma il plusvalore della produzione di qualcosa di tangibile e funzionale generava benessere in quel presente, e fiducia in quello che si sarebbe potuto immaginare come possibile futuro. Allora non c’era nessun indice di borsa che potesse essere commentato o che potesse influenzare il sentimento dell’opinione pubblica su una imminente crisi economica, o su un ipotetico ingresso in nuova golden age: il maxi-schermo che si affacciava su Times Square raffigurava l’andamento della curva che monitorava il calo tendenziale del saggio di profitto che, all’epoca, si riusciva a rimanere orizzontale anche in una fase di mantenimento dei volumi produttivi.
Henry E. M. aveva il compito di aggiornare quella schermata. Tutto avveniva in modo analogico, un pennello con una cavità centrale che consentiva l’alimentazione dell’inchiostro era collegato ad un attenuatore di intensità luminosa a forma di pettine. Questo avrebbe dovuto abbattere l’intensità luminosa fino a portarla allo stesso livello di quella del raggio di riferimento che monitorava l’andamento del saggio di profitto. Il pennello, guidato da questo semplice meccanismo, lasciava la sua traccia su un cartone semitrasparente 2 x 2 che, posto tra una nuova sorgente luminosa ed una lente, proiettava la sua immagine ingrandita sullo schermo che si affacciava sulla piazza più trafficata della città. Questa era la strana occupazione di Henry E. M., al suo primo impiego. Suo padre Carl, una vita passata nella fabbrica di calzature del Queens, era sempre molto attaccato a quel lavoro che svolgeva con passione e abnegazione: aveva insegnato a centinaia di giovani la tecnica Goodyear di cucitura tramandandone l’arte e la minuziosa attenzione con cui lo strato di pasta di sughero dovesse essere racchiusa nel guardolo, frapposto tra suola e sottopiede restituendo una scarpa comoda ed indistruttibile. A quell’epoca la qualità era una categoria intrinseca del prodotto finito che non aveva nessuna necessità promozionale che prescindesse dalla sua utilità e dal valore che derivava dalla catena materia prima-macchinario-lavoro. Carl stentava a considerare quello del figlio un vero lavoro, perché non produceva nulla, ma ben presto si sarebbe rassegnato all’assuefazione dell’inganno quando la crescente carriera figlio gli consentì di essere circondarlo dai nipoti che divennero ben presto il nuovo fulcro del suo equilibrio morale. La crescita professionale del figlio Henry E. poteva essere messa in correlazione con le evoluzioni del mondo produttivo, con i passaggi buon prodotto-buona pubblicità-pubblicità insistente-pubblicità di se stessa, la sua retribuzione crebbe a dismisura tanto che pur potendosi permettere di rilevare tutta la fabbrica del padre non lo ritenne sufficientemente conveniente. Carl non seguì tutta quella trasformazione e quando a fine ottocento l’obsolescenza programmata divenne una inevitabile necessità macro economica per il mantenimento del delicato rapporto tra occupazione e profitto lui era già in pensione da tempo: la nuova appagante attività di nonno lo risparmiò dal conflitto interiore che lo avrebbe investito nell’osservare quella decadenza che si sarebbe materializzata dopo pochi decenni, nel nuovo secolo. Non affrontò mai apertamente la questione con il figlio e neanche Henry E. ritenne mai necessario parlarne. Il tradimento morale di cui entrambi erano consapevoli si frappose tra loro come diaframma comunicativo insormontabile e si lasciaro così quando, dieci anni prima del ‘29, Carl morì.

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