Al picchiar delle nocche*

Ieri sera, poco prima di coricarmi, è saltata fuori. Ho perso un po’ di sangue, mi era possibile distinguere i lembi di pelle, sbiancati e ispessiti, ai lati della ferita. Visto così, il dito appariva squarciato, ma non era che un inganno. Se le guardi da troppo vicino, le cose trasfigurano. La stazione. Chi l’ha scattata? Un normale taglio, una semplice spina. Cercando la garza, è sbucata fuori. Ma chi l’ha scattata? Ho detto garza? Volevo dire cerotti. Non ricordavo che l’orologio fosse così piccolo. 

Non era dunque esattamente così. La piazza (si era quasi in notturna) bagnata, e già buia, eppure un grande traffico confuso: fra l’albergo e il pubblico giardino. Ricordo che avevo un senso di molestia a stare lì, sotto l’orologio della stazione. 

Busso alle porte del tempo
per chiedere udienza:
un rimbombo, non odo
che un rimbombo
al picchiar delle nocche.

La scrissi, questo lo ricordo, nell’attesa. Sassi sulle vene. Così volevo titolarla, ma mentre ordivo immagini e pensieri su quegl’istanti – attimi sgretolati, che dall’alto piovevano lievi come neve, eppur pesanti come sassi sulle vene – ecco che lo vidi.
Forse per questo lo ricordavo maestoso. In certe attese il tempo ha meridiane che deformano la bocca. Chi l’ha scattata? Quell’uomo che si fingeva, col tuo consenso, il tuo promesso sposo, seduto su una panchina, ancora assonnato, a stirarsi le braccia allargando. Una ragazza, di cui non ricordo nulla di preciso se non che era con un piccolo gruppo, e in certo qual modo mi pareva che fossero miei testimoni. Fossero stati almeno zitti, ma parlottavano di continuo tra loro, probabilmente delle mie e delle tue faccende. Così avrei giurato. Sentivo soltanto il loro mormorio: m’innervosiva, ma non capivo e non volevo neanche capire niente. 
Poi arrivavi tu e ti mettevi a sedere in modo che ti si potesse vedere interamente. Non con precisione però, era troppo lontano. Si vedevano molto meglio, non so perché, i contorni di tuo marito; tu eri soltanto qualcosa di bianco-azzurro, di fluido, di spettrale. Ho detto tuo marito? Volevo dire cerotti. Anche tu avevi allargato le braccia, ma non per stirarti, era invece un atteggiamento solenne. 

Più tardi, o la sera successiva, eri per la via con me, stavi sul marciapiede per raggiungermi in altezza, i tacchi non bastavano, io coi piedi nella strada a farmi sfiorare dai veicoli. Ti stringevo una mano, con la mano che ieri sera ha sanguinato, e allora ci fu uno scambio insensatamente veloce, a frasi brevi, ta ta ta, che durò ininterrotta fin quasi a chissà cosa. Non saprei ripeterla, ricordo soltanto le prime due frasi e le ultime tre o quattro, la parte di mezzo era tutta un tormento non comunicabile. Invece di salutarti, dissi rapidamente, indotto da qualche cosa che era nel tuo viso: «Tu mi immaginavi diverso». Tu rispondesti: «Se devo essere sincera, pensavo che fossi più in gamba».
E poi ebbero inizio le trattative per un nuovo incontro, espressioni quanto mai indeterminate da parte tua, domande continue e insistenti da parte mia. Qui rividi i miei testimoni di poche ore prima, o della sera prima, e ne tremai: dal gruppo uscì una voce a proposito di un giovane venuto in città per frequentare una scuola agraria nei dintorni, proprio come me. Era chiaro che mi volevi allontanare per compassione. Io compresi l’intenzione, ma andai lo stesso con te alla stazione, forse perché speravo che la mia seria intenzione di partire ti facesse impressione. 
Ci fermammo davanti ai grandi orari; gli altri passavano continuamente il dito lungo i nomi delle stazioni e mi domandavano se fosse questo o quello, ma non era nessuno di quei nomi. Intanto ebbi modo di guardarti un poco, ma il tuo aspetto mi era del tutto indifferente, soltanto la tua parola aveva importanza per me. Del tuo promesso sposo nessuna traccia, mi piacque immaginarlo seduto, ancora assonnato, a stirarsi le braccia sulle rotaie. Eri piuttosto diversa dalla volta precedente, in ogni caso molto più scura, e il volto scarno: con guance paffute non avresti potuto essere così crudele (ma era poi crudeltà?).
Ma ormai si era al termine, e i miei testimoni – che a questo punto ritengo fossero miei compagni di studi – studiavano ancora gli orari, mentre noi stavamo in disparte a contrattare. L’ultima situazione delle trattative era all’incirca così: il giorno dopo era domenica; a te riusciva incomprensibile fino al disgusto come io potessi reputare che la domenica tu potessi aver del tempo per me. Infine però cedevi, almeno in apparenza, e dicevi che ti saresti riservata quarantadue minuti. 
Beninteso, la cosa più spaventevole della conversazione non erano le parole ma lo sfondo, l’inutilità dell’insieme, e anche il tuo continuo tacito argomento: «Io non voglio venire. Che cosa dunque ti giova se anche vengo?». Da te però non potei apprendere quand’è che li avresti avuti liberi questi quarantadue minuti. Tu non lo sapevi, e nonostante ogni apparente sforzo di pensiero non riuscivi a definirlo. Infine domandai: «Devo forse aspettare tutta la giornata e quella seguente?». «Sì» rispondesti e il significato della risposta era che non saresti venuta affatto, e che l’unica concessione per me era il permesso di stare ad aspettarti. «Non aspetterò» mormorai allora, e quella era la mia ultima carta. Credendo che non mi avessi udito, te lo gridai dietro disperatamente. Ma per te non aveva importanza, tu non te ne curasti più. In qualche modo ritornai in stanza barcollando. 

Al picchiar delle nocche, spruzzi di sangue imbrattano la stazione. Che sia stato uno del gruppo a scattare la foto?

*scritto il 14 giugno 2020, come rielaborazione di: Franz Kafka, Lettera a Milena del 14 giugno 1920

(Andrea Corona)

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